In varie epoche il territorio tarantino è stato
teatro di molte invasioni: Greci, Romani, Bizantini, Arabi, Longobardi,
Normanni e Svevi. Le invasioni determinarono non solo l'assogettamento
delle popolazioni gia esistenti, molto spesso nuova cultura, costumi
e un grande incremento di attività commerciali. Il porto di Taranto,
e altri piccoli porti del litorale tarantino, fu l'approdo che favorì
lo sviluppo dell'entroterra tarantino e dell'intera costa, infatti
Polibio e Strabone lo citano come uno dei più importanti del Mediterraneo.
La produzione agricola si sviluppò notevolmente,
così come anche la tecnologia connessa, risale, infatti, a questa
epoca l'invenzione della botte.
Narra Strabone che nella zona del tarantino la terra
sembra arida, ma lavorandola con l'aratro diviene prodigiosamente
fertile. Altri autori narrano delle "viticulosae" Manduria,
Mesagne, Aletium e Sava, perchè, affermava Plinio il Vecchio, producono
oltre alle uve migliori il frumento, l'olio, lo zafferano ed altri
frutti;Orazio nelle sue "Odi" celebra i vini Monte Aulone.
Il porto di Taranto, con la dominazione romana,
subì un declassamento rispetto a Brindisi almeno fino agli albori
del primo millennio. Una buona ripresa dei traffici avvenne con
la dominazione angioina, che favori la presenza di Venezia per incrementare
i rapporti commerciali con l'Oriente.
Un'attenta riflessione ci evidenzia le cause che
favorivano i traffici via mare a discapito di quelli su strada:il
sistema viario ha sempre presentato in ogni epoca insidie di ogni
genere, anche se, va osservato che per i trasporti di vino era preferita
la via del mare, perchè non gli procurava alterazioni, mentre le
granaglie trasportate sulle navi molto spesso marcivano per l'ambiente
umido.
L'incremento stradale della via Appia produsse sviluppo,
anche se lungo il suo percorso le terre venivano confiscate per
costituire L'Ager Pubblicus, formato da diverse estensioni suddivise
da un reticolo geometrico perfetto consentito da cardini e decumani
fra loro perpendicolari e posti nella stessa distanza.
Nelle contrade attraversate dalla Via Appia la viticoltura pian piano
veniva abbandonata dagli agricoltori a cui erano affidati appezzamenti
"sortes" di due iugeri di estensione (mq.2520) che costituiva
l'equivalente di terra che veniva arata da una coppia di buoi in
una giornata.
Con questa politica, i Romani, provocarono lo spopolamento
delle campagne, a nulla valse il ritorno sui propri passi, cioè
ridare le terre ai vecchi proprietari,questo non migliorava la situazione
in quanto veniva imposto un tributo pesante.
Così ben presto vennero distrutti acquedotti, le
terre diventavano paludi e le foreste si espandevano.
La ripresa dell'agricoltura avvenne dopo l'anno
1000, pian piano piccoli appezzamenti sostituirono il latifondo,
il nuovo frazionamento dei terreni fu ordinato in corrigie, che
erano strette fasce di terra ordinate su uno stretto sentiero, il
cui accesso era consentito da un altro sentiero parallelo al primo.Questo
tipo di frazionamento è ancora oggi esistente in molte zone del
territorio tarantino.
In epoca medievale, un'altro fenomeno incentivò
la viticoltura delle nostre zone: le comunità monastiche proprietarie
di grandi estensioni di terra, frutto di lasciti, cedevano in enfiteusi
piccoli appezzamenti ai contadini chiedendo la decima parte; il
contratto di fitto prevedeva che l'enfiteuta dovesse "pastinarvi"
vigne alla stessa maniera con cui erano piantate quelle del coltivatore
vicino.
Nel '500 cominciò ad affermarsi il latifondo.In
una pubblicazione del 1789 vengono riportati sia una lunga descrizione
dell'aspetto rurale delle contrade visitate
dall'arcivescovo Capecelatro, che i dati riassuntivi della produzione
agricola dell'intera provincia. per un totale di 54.449 "tomolate".
In pratica, i vigneti e gli oliveti occupano l'intero
territorio fra il mare e le colline di Martina.
Nel 1791 Giovan Battista Gagliardo, professore del
seminario di Taranto scriveva che quando una donna dà alla luce
un figlio, il padre suggella una delle sue botti del cellaro, e
la destina alla prima messa, che il figlio celebrerà a 24 anni,
quando sarà ordinato sacerdote,ed anche al banchetto, riservato
a tutti i parenti ed amici.
Dal 1880 cambiarono i destini della comunità. In
Francia si assiste a una notevole e grave crisi della fillossera
nel quinquennio dal 1875-80, invece da noi si impiantano nuovi vigneti,
così la grande densità della popolazione godette di una condizione
generale di benessere che consentì di superare le gravi difficoltà
culminate nella crisi del 1885, quando ancora in Francia la peronospora
distrugge oltre la metà del raccolto.
Nel 1910, mentre l'olivicoltura pugliese era in crisi, particolarmente
grave nella zona di Lecce, nel territorio tarantino la viticoltura
conosceva uno stato di grazia, infatti una stima dell'epoca, calcolava
un reddito medio del vigneto intorno a 436 lire; mentre nei comuni
murgesi, cioè nel cuore della zona di maggiore impulso alla viticoltura,
si superavano le 700 lire e in qualche caso anche le 1000 lire di
reddito.
Ecco perché l'agricoltura rappresentò in quel periodo
la maggiore fonte di reddito per i viticoltori della nostra provincia.
In particolare a Sava, Manduria e Martina Franca
in particolare, migliaia di ettari furono trasformati in vigneti,
solo a Martina Franca dei 28000 ettari di tutto l'agro comunale
ben 10.000 alla fine dell'800 furono trasformati in vigneto e distribuiti
fra 8000 proprietari.
I vigneti di Martina Franca li troviamo in una conca
incuneata tra le colline di Locorotondo e Cisternino. Qui nella
Valle d'Itria, terra un tempo rocciosa ma poi trasformata in ubertosi
vigneti, venivano messi a dimora soprattutto i vitigni locali Verdeca
e Bianco di Alessano che hanno originato la D.O.C.
"Martina Franca".
L'altra zona di notevole di notevole pregio per
la viticolturae quella della D.O.C. "Lizzano" e del "Primitivo
di Manduria", che abbraccia comuni di Manduria, Carosino,
Monteparano, Leporano, Pulsano,
Faggiano, Roccaforzata, San Giorgio Jonico, San Marzano, Fragagnano, Lizzano,
Sava, Torricella, Maruggio e Avetrana,
alcune zone di Talsano e Taranto.
In questi territori, da sempre i contadini hanno piantato la vite
sviluppando la tecnica di impianto e di coltivazione, questa praticata
in tutti i paesi della provincia di Taranto, era rispondente alle
esigenze biologiche della vite: si utilizzava un sottile strato
di terra che veniva smosso dalla sottostante roccia di calcari stratificati,
fino a una profondità di 60-70 centimetri; con pietrisco grossolano
si formava un vespaio per lo sgrondo di acqua in eccesso; sul vespaio
veniva riposto un sottile strato di terra , ricavata dalle anfrattuosità
della roccia compatta che assolveva al compito di trattenere l'acqua
piovana, quindi in superficie veniva riposto il sottile strato di
terra accantonato nei lavori di miglioramento dei fondi.
Questo sistema permetteva di difendersi dalle siccità
piuttosto frequenti, infatti le radici della vite ramificavano nelle
anfrattuosità della roccia alla ricerca dell'acqua e di sostanze
nutritive.
Ancora oggi in molte zone della provincia il sistema
di coltura della vite è ad alberello, questo tipo di allevamento,
insieme ad altri fattori., fisici, organolettici e ambientali permette
di ottenere vini di grande qualità che sono sempre più richiesti
dai consumatori, sempre più attenti alla scelta del vino a seconda
del vitigno di appartenenza.