TARANTO E IL SUO VINO: STORIA DEL TERRITORIO


Il territorio ionico è stato da sempre terra di elezione per la coltura della vite, sin dai tempi della dominazione greca, questo territorio veniva chiamato Enotria.
Anche la natura ha fatto la sua parte, donando a questo territorio un riparo con la corona delle Murge a nord e acque tiepide a sud con il Mar Jonio.Cartina del territorio Quale migliore destino, quindi, per le popolazioni che da epoche remote abitarono questo territorio e che in molti casi vennero da terre lontane di oltre Adriatico, attratti dalla ricchezza del suolo, dal clima temperato, dalla ricchezza di sorgenti e corsi d'acqua.

In varie epoche il territorio tarantino è stato teatro di molte invasioni: Greci, Romani, Bizantini, Arabi, Longobardi, Normanni e Svevi. Le invasioni determinarono non solo l'assogettamento delle popolazioni gia esistenti, molto spesso nuova cultura, costumi e un grande incremento di attività commerciali. Il porto di Taranto, e altri piccoli porti del litorale tarantino, fu l'approdo che favorì lo sviluppo dell'entroterra tarantino e dell'intera costa, infatti Polibio e Strabone lo citano come uno dei più importanti del Mediterraneo.

La produzione agricola si sviluppò notevolmente, così come anche la tecnologia connessa, risale, infatti, a questa epoca l'invenzione della botte.

Narra Strabone che nella zona del tarantino la terra sembra arida, ma lavorandola con l'aratro diviene prodigiosamente fertile. Altri autori narrano delle "viticulosae" Manduria, Mesagne, Aletium e Sava, perchè, affermava Plinio il Vecchio, producono oltre alle uve migliori il frumento, l'olio, lo zafferano ed altri frutti;Orazio nelle sue "Odi" celebra i vini Monte Aulone.Fiume Galeso

Il porto di Taranto, con la dominazione romana, subì un declassamento rispetto a Brindisi almeno fino agli albori del primo millennio. Una buona ripresa dei traffici avvenne con la dominazione angioina, che favori la presenza di Venezia per incrementare i rapporti commerciali con l'Oriente.

Un'attenta riflessione ci evidenzia le cause che favorivano i traffici via mare a discapito di quelli su strada:il sistema viario ha sempre presentato in ogni epoca insidie di ogni genere, anche se, va osservato che per i trasporti di vino era preferita la via del mare, perchè non gli procurava alterazioni, mentre le granaglie trasportate sulle navi molto spesso marcivano per l'ambiente umido.

L'incremento stradale della via Appia produsse sviluppo, anche se lungo il suo percorso le terre venivano confiscate per costituire L'Ager Pubblicus, formato da diverse estensioni suddivise da un reticolo geometrico perfetto consentito da cardini e decumani fra loro perpendicolari e posti nella stessa distanza.

Pecore al pascoloNelle contrade attraversate dalla Via Appia la viticoltura pian piano veniva abbandonata dagli agricoltori a cui erano affidati appezzamenti "sortes" di due iugeri di estensione (mq.2520) che costituiva l'equivalente di terra che veniva arata da una coppia di buoi in una giornata.

Con questa politica, i Romani, provocarono lo spopolamento delle campagne, a nulla valse il ritorno sui propri passi, cioè ridare le terre ai vecchi proprietari,questo non migliorava la situazione in quanto veniva imposto un tributo pesante.

Così ben presto vennero distrutti acquedotti, le terre diventavano paludi e le foreste si espandevano.

La ripresa dell'agricoltura avvenne dopo l'anno 1000, pian piano piccoli appezzamenti sostituirono il latifondo, il nuovo frazionamento dei terreni fu ordinato in corrigie, che erano strette fasce di terra ordinate su uno stretto sentiero, il cui accesso era consentito da un altro sentiero parallelo al primo.Questo tipo di frazionamento è ancora oggi esistente in molte zone del territorio tarantino.

In epoca medievale, un'altro fenomeno incentivò la viticoltura delle nostre zone: le comunità monastiche proprietarie di grandi estensioni di terra, frutto di lasciti, cedevano in enfiteusi piccoli appezzamenti ai contadini chiedendo la decima parte; il contratto di fitto prevedeva che l'enfiteuta dovesse "pastinarvi" vigne alla stessa maniera con cui erano piantate quelle del coltivatore vicino.

Nel '500 cominciò ad affermarsi il latifondo.In una pubblicazione del 1789 vengono riportati sia una lunga descrizioneCasa colonica dell'aspetto rurale delle contrade visitate dall'arcivescovo Capecelatro, che i dati riassuntivi della produzione agricola dell'intera provincia. per un totale di 54.449 "tomolate".

In pratica, i vigneti e gli oliveti occupano l'intero territorio fra il mare e le colline di Martina.

Nel 1791 Giovan Battista Gagliardo, professore del seminario di Taranto scriveva che quando una donna dà alla luce un figlio, il padre suggella una delle sue botti del cellaro, e la destina alla prima messa, che il figlio celebrerà a 24 anni, quando sarà ordinato sacerdote,ed anche al banchetto, riservato a tutti i parenti ed amici.

Dal 1880 cambiarono i destini della comunità. In Francia si assiste a una notevole e grave crisi della fillossera nel quinquennio dal 1875-80, invece da noi si impiantano nuovi vigneti, così la grande densità della popolazione godette di una condizione generale di benessere che consentì di superare le gravi difficoltà culminate nella crisi del 1885, quando ancora in Francia la peronospora distrugge oltre la metà del raccolto.

Parete Pinto PalagianoNel 1910, mentre l'olivicoltura pugliese era in crisi, particolarmente grave nella zona di Lecce, nel territorio tarantino la viticoltura conosceva uno stato di grazia, infatti una stima dell'epoca, calcolava un reddito medio del vigneto intorno a 436 lire; mentre nei comuni murgesi, cioè nel cuore della zona di maggiore impulso alla viticoltura, si superavano le 700 lire e in qualche caso anche le 1000 lire di reddito.

Ecco perché l'agricoltura rappresentò in quel periodo la maggiore fonte di reddito per i viticoltori della nostra provincia.

In particolare a Sava, Manduria e Martina Franca in particolare, migliaia di ettari furono trasformati in vigneti, solo a Martina Franca dei 28000 ettari di tutto l'agro comunale ben 10.000 alla fine dell'800 furono trasformati in vigneto e distribuiti fra 8000 proprietari.

I vigneti di Martina Franca li troviamo in una conca incuneata tra le colline di Locorotondo e Cisternino. Qui nella Valle d'Itria, terra un tempo rocciosa ma poi trasformata in ubertosi vigneti, venivano messi a dimora soprattutto i vitigni locali Verdeca e Bianco di Alessano che hanno originato la D.O.C. "Martina Franca".

L'altra zona di notevole di notevole pregio per la viticolturae quella della D.O.C. "Lizzano" e del "Primitivo di Manduria", che abbraccia comuni di Manduria, Carosino, Monteparano, Leporano, Pulsano, Faggiano, Roccaforzata, San Giorgio Jonico, San Marzano, Fragagnano, Lizzano, Sava, Torricella, Maruggio e Avetrana, alcune zone di Talsano e Taranto.

Madonna con BambinoIn questi territori, da sempre i contadini hanno piantato la vite sviluppando la tecnica di impianto e di coltivazione, questa praticata in tutti i paesi della provincia di Taranto, era rispondente alle esigenze biologiche della vite: si utilizzava un sottile strato di terra che veniva smosso dalla sottostante roccia di calcari stratificati, fino a una profondità di 60-70 centimetri; con pietrisco grossolano si formava un vespaio per lo sgrondo di acqua in eccesso; sul vespaio veniva riposto un sottile strato di terra , ricavata dalle anfrattuosità della roccia compatta che assolveva al compito di trattenere l'acqua piovana, quindi in superficie veniva riposto il sottile strato di terra accantonato nei lavori di miglioramento dei fondi.

Questo sistema permetteva di difendersi dalle siccità piuttosto frequenti, infatti le radici della vite ramificavano nelle anfrattuosità della roccia alla ricerca dell'acqua e di sostanze nutritive.

Ancora oggi in molte zone della provincia il sistema di coltura della vite è ad alberello, questo tipo di allevamento, insieme ad altri fattori., fisici, organolettici e ambientali permette di ottenere vini di grande qualità che sono sempre più richiesti dai consumatori, sempre più attenti alla scelta del vino a seconda del vitigno di appartenenza.

GIOVANNI SANTORO


Ritorno all'indice