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TARANTO
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Abitanti: 232.334
Superficie:
Densità:
Altitudine: 15 mt s.l.m.
Abitanti: Tarantini |
Cenni storici
Le origini di Taranto si perdono nella più remota
antichità, perché, come per la Grecia stessa, così anche per Taranto
c'è stato un periodo pre-ellenico.
Circa 2500 anni prima di Cristo, popolazioni di
Hethei-Pelasgi, dopo aver colonizzato le coste dell'Egeo, vennero
a stabilirsi nelle immediate vicinanze dell'attuale città e più
precisamente nella zona che va da Capo San Vito a Leporano, dove
fondarono una città cui diedero il nome di Saturo, nome che ancor
oggi identifica quella contrada, cioè città (-Ur) dedicata a Sat,
loro somma divinità.
Narra la leggenda che l'eroe spartano Falanto, prima
di avventurarsi nel mare alla ricerca di nuove terre, consultò l'oracolo
di Delfi e apprese che sarebbe giunto nella terra di Saturio (nella
penisola salentina) e avrebbe fondato una città sul luogo in cui
gli fosse caduta addosso una pioggia da "etra", ossia
da un cielo sereno e senza nuvole. Falanto si mise in mare e giunse
alla foce del fiume Tara. Stanco del viaggio, si addormentò. La
moglie, a ricordo delle peripezie sopportate e dell'oscuro responso
dell'oracolo, pianse a dirotto. Le sue lacrime bagnarono abbondantemente
il volto del marito. L'oracolo si era avverato. Una pioggia era
caduta su Falanto: le lacrime della moglie "Etra". L'eroe,
sciolto l'enigma, si accinse a fondare la sua città, dopo un sacrificio
ad Apollo, a cui fu cara.
Accanto a questa versione sull'origine di Taranto,
ve n'è un'altra che farebbe risalire la nascita della città a 2000
anni prima di Cristo, ad opera degli immediati discendenti di Noè,
i cosiddetti Noechidi, i quali, dopo il diluvio universale, si sarebbero
dispersi nelle diverse parti del mondo, provvedendo poi, gradatamente,
ad incrementare la popolazione.
E si vuole appunto che in tale epoca, Tiras, oppure
Taras, alla maniera greca, uno dei figli di Nettuno, sua giunto
in questa regione, a capo di una flotta, approdando presso quel
corso d'acqua che poi da lui stesso avrebbe preso il nome (si tratta
appunto del fiume Tara, che scorre a circa 10 km dalla città, in
contrada Cagioni). Poi, sempre secondo la leggenda, Taras si sarebbe
dedicato ad edificare, presso lo stesso fiume e presso il mare,
non solo la città che ugualmente da lui avrebbe preso il nome (appunto
Taras, poi Taranto), ma anche quella che egli dedicò a sua moglie
Satureia che chiamò Saturo.
Ad avvalorare, però, un po' di più la seconda ipotesi,
c'è il grande culto che l'antica Taranto ebbe per Nettuno e naturalmente
nella città, non poteva non essere eretto un tempio dedicato a questa
mitica divinità.
La tradizione più accreditata, infatti, voleva che
tale tempio sorgesse precisamente nello spazio compreso tra la Chiesetta
della Trinità e la sede municipale. Tale tradizione si è dimostrata
vera, poiché, dopo opportuni lavori, che hanno però fatto sparire
la Chiesetta della Trinità, sono stati portati alla luce alcuni
reperti ed una colonna di un tempio.
La leggenda aggiunge che un certo giorno Taras sarebbe
scomparso nelle acque del fiume e dal padre sarebbe stato assunto
fra gli eroi. Questa favolosa sparizione di Taras fu poi, da uno
dei nostri maggiori storici, il Giovan Giovine, affiancata e rafforzata
alla ugualmente leggendaria sparizione di Romolo, il mitico fondatore
di Roma.
Più tardi, nel secondo millennio, a.C. giunsero
anche delle colonie Arii, alcune dall'interno, altre, invece, dal
mare, attratte certamente dalla particolare conformazione della
costa: essi infatti costruirono le loro case su palafitte. A legittimare
questa tesi sta il fatto che intorno al 1900, mentre si attuavano
gli scavi per il porto mercantile, venne scoperto, presso lo scoglio
del Tonno un intero paese di questa popolazione. A poco a poco gli
Arii riuscirono a controllare tutto il territorio dopo aver sottomesso
i Pelasgi. In questo periodo la città cambiò nome, assumendo appunto
il nome di Taras, dal mitico figlio di Nettuno.
La cronologia tradizionale, che è dello storico
greco Eusebio, assegna la data della fondazione di Taranto al 706
a.C.. Le fonti storiche tramandano la notizia del trasferimento
di alcuni coloni spartani in questa zona per necessità di espansione
o per questioni commerciali, che interruppero bruscamente la vita
precedente, distruggendo l'abitato indigeno e portando una nuova
linfa di civiltà, di consumi, di tradizioni. La documentazione epigrafica
ha dimostrato che a Taranto era diffuso il tipico dialetto dorico
parlato nella Laconia, la regione in cui in questo periodo dominava
già il centro di Sparta. L'organizzazione sociale e la cultura materiale
dei coloni, mostravano forme più complesse rispetto a quelle manifestate
dalle comunità indigene. La struttura sociale della colonia espresse
ben presto l'emergenza di una oligarchia economica, che sviluppò
nel tempo una vera e propria cultura aristocratica.
- In età ellenistica e romana
Non sappiamo nulla dei primi due secoli di vita
della città; il suo porto costituiva un tappa obbligata della navigazione
da Oriente a Occidente e i ricchi corredi funerari della necropoli
mostrano l'esistenza di intensi scambi commerciali. La ricchezza
della classe aristocratica proveniva, probabilmente, dallo sfruttamento
delle risorse del fertile territorio circostante, che venne popolato
e difeso da una serie di "phrouria", piccoli centri fortificati
in posizione strategica. Sin dall'inizio i rapporti con il mondo
indigeno circostante risultavano abbastanza difficili: continue
aggressioni venivano effettuate ai danni dei vicini Peuceti e Messapi;
intorno al 500 a.C. la città sembrava essere governata da un istituto
di tipo monarchico; è noto un re o tiranno di nome Aristophilides
e contemporaneamente è attestata una conflittualità politica, tanto
che vengono ricordati esuli, come un certo Gillos, riparato in Messapia.
Ma nel 473 a.C., la città subì una tale sconfitta
da parte dei Messapi e degli Japigi, da indurre lo storico greco
Erodoto ad affermare che quella dei tarantini fu la più grave sconfitta
inflitta a popolazioni di stirpe greca. Secondo Aristotele l'evento
provocò la crisi della classe aristocratica al potere, decimata
dalla guerra, che non poté opporsi ad una rivoluzione istituzionale
di tipo democratico.
Nella prima metà del V sec. a.C. la città subì una
profonda trasformazione, anche dal punto di vista urbanistico. Si
costruì una nuova cinta difensiva e si ampliò la superficie monumentale,
proseguendo un processo già avviato agli inizi del VI sec. a.C.
e documentato dalla costruzione di un imponente tempio dorico sull'Acropoli
(attuale Città Vecchia), di cui si vedono ancora i resti in piazza
Castello.
Il rivolgimento costituzionale, inoltre, non arrestò
la politica aggressiva nei confronti del mondo esterno; la città,
infatti, ingaggiò una guerra, tra il 444 ed il 433 a.C., con la
colonia panellenica di Thourioi, per il possesso della Siritide,
il territorio tra i fiumi Sinni e Agri. Il conflitto si concluse
con laccordo per la deduzione di una subcolonia mista di Thurini
e Tarantini, che prese il nome di Herakleia, in cui prevalse ben
presto la componente dorica di Taranto.
Verso la fine del secolo Taranto si allineò alla
politica spartana, in occasione della guerra del Peleponneso, senza
entrare direttamente nel conflitto, ma negando l'approdo alle navi
della flotta ateniese in rotta verso la Sicilia.
Il periodo di maggiore floridezza vissuto dalla
città è comunque, il VI sec. a.C.. Verso la metà del secolo il governo
settennale di Archita segnò l'acme dello sviluppo tarantino ed il
riconoscimento di una superiorità politica sulle altre colonie dell'Italia
meridionale, che si concretizza nella supremazia nell'ambito della
lega italiota. Ma nel 303-302, i Lucani si allearono con Roma, con
il chiaro scopo di frenare l'espansione della città, la quale, tuttavia,
chiese aiuti alla madre-patria Sparta. Roma, invece di aprire le
ostilità, preferì offrire la pace alla città magno-greca: nei trattati
fu inclusa la famosa clausola, secondo la quale era vietato alle
navi romane di spingersi più ad oriente del promontorio Lacinio.
Anche questa volta il predominio del golfo rimaneva
nelle mani di Taranto. Ma nel 281 a.C. il pretesto per un'ulteriore
guerra fu offerto da una richiesta di protezione che gli abitanti
di Thurii, assediati dai Lucani rivolsero a Roma, che, come sempre,
accolse prontamente l'invito e mandò una guarnigione per mare. Era,
questa, una svolta negli avvenimenti di indubbia importanza, perché
per la prima volta i Romani si inserivano nelle lotte tra Italioti
ed indigeni. Le navi romane, infatti per raggiungere Thurii, dovettero
oltrepassare il Capo Lacinio; i Tarantini tralasciarono questa prima
infrazione dei trattati, ma, quando i Romani pretesero di ormeggiare
nel porto, i Tarantini considerarono il fatto come una vera provocazione:
assalirono perciò le navi e ne affondarono quattro. Nacque così
il conflitto tra Roma e Taranto, che terminò con la sconfitta della
città magno-greca, nonostante l'aiuto ricevuto da Pirro, re dell'Epiro.
Come condizione di resa, Taranto fu costretta a consegnare, fra
l'altro, un congruo numero di navi a Roma, che temeva evidentemente
una nuova crescita di Taranto.
Nel 213 a.C., si verificò l'ultimo tentativo di
ribellione in occasione della spedizione di Annibale in Italia.
Al momento della rivolta, il corpo civico tarantino si era diviso;
infatti una parte di esso, forse il settore aristocratico, si era
rifugiata sull'Acropoli con le truppe del romano M. Livio. La conclusione
fu tragica: Quinto Fabio Massimo, infatti, riconquistò la città
con uno stratagemma nel 209 a.C., mettendola a sacco e ricavandone
un cospicuo bottino in materiali preziosi, beni artistici e schiavi.
Il Senato romano non privò la città della sua autonomia amministrativa;
economicamente, però, le proibì di coniare moneta e lo sviluppo
progressivo del porto di Brindisi, concorrenziale, segnò una profonda
decadenza.
Al 123 a.C. risale la fondazione di una colonia
romana voluta da C. Gracco, che sfruttò il territorio confiscato
dallo stato romano. Comunità greca e colonia romana confluirono
poi, dopo l'89 a.C., in un'unica struttura amministrativa, un "municipium"
che segnò l'omologazione completa di Taranto nell'Italia romana.
Augusto fu a Taranto nel 37 a.C. per incontrare
Marco Antonio, nell'occasione della stipula di uno storico patto.
In questo periodo la città venne fornita di un acquedotto e di un
anfiteatro.
Il I sec. a.C. sembra essere stato caratterizzato
da una sopravvivenza difficile e solo verso la sua fine si registrò
una certa ripresa. Nella città, forse all'epoca di Traiano, fu costruito
il complesso delle terme Pentascinenses. In età tardo antica, il
centro mantenne un buon livello di vita urbana e nel IV sec. d.C.
si restaurarono le terme.
- Nei
primi secoli dellera volgare
La storia di Taranto dopo la caduta dell'Impero
d'Occidente rimase avvolta in una foschia piuttosto impenetrabile;
dopo tanto splendore lo stato di decadenza in cui essa si abbandonò
fu lungo ed inesorabile.
La nuova era cristiana trovò Taranto ridotta ad
una provincia dell'Impero romano; poi vennero i Goti, i Longobardi,
gli Ungari, i Saraceni. Con le violente scorribande di questi ultimi,
nell'anno 927, si ebbe la definitiva distruzione della vecchia Taranto
greco-romana.
Solo dopo quarant'anni, nel 967, l'Imperatore bizantino
Niceforo Foca, che è giustamente considerato il secondo fondatore
di Taranto, decise di ricostruire la città. Ne nacque quella che
noi oggi chiamiamo 'città vecchia', che conserva ancora l'originaria
struttura urbanistica. Questi, per facilitare il lavoro dei pescatori,
abbassò il livello della città lungo il Mar Piccolo, unì la città
vecchia alla terra ferma costruendo il ponte di pietra, e ricostruì
l'antico acquedotto romano del Triglio, che, proprio attraverso
il ponte di pietra, convogliava nella città le acque delle vicine
Murge. Di questo acquedotto sono ben visibili i ruderi sulla strada
Taranto-Statte.
Successivamente la città fu conquistata dai Normanni
e, dall'epoca di Roberto di Guiscardo, nel 1085, viene fatto risalire
l'inizio della storia del famoso Principato di Taranto.
Ai Normanni succedettero gli Svevi. Federico II
arricchì Taranto della "Rocca Imperiale", magnifico palazzo
con funzione di roccaforte, ubicato dove oggi sorge la chiesa di
S. Domenico Maggiore. Lo stesso imperatore investì suo figlio Manfredi
del titolo di principe di Taranto.
Nel 1266, con la sconfitta di Manfredi a Benevento,
da parte di Carlo d'Angiò, Taranto passò ai Francesi. Il titolo
di principe su assegnato a Filippo d'Angiò.
Nel complicato sistema protettivo della vecchia
Acropoli, nel 1404 Raimondello Orsini del Balzo fece costruire una
massiccia torre quadrata, che vigilava l'ingresso in città dalla
Porta Napoli, dominava quella che ancora attualmente si chiama Piazza
Fontana e che per deplorevole incomprensione degli amministratori
dell'epoca, fu fatta demolire nel 1884.
A questo lungo e prosperoso periodo di quattro secoli,
si fanno risalire la costruzione della Cattedrale di San Cataldo,
l'intensificazione del culto per il Patrono e la costruzione della
monumentale chiesa dedicata a San Domenico Maggiore.
Altro avvenimento di rilievo per Taranto fu la trasformazione
in isola dell'antica Acropoli, mediante il taglio della penisoletta,
con la creazione del famoso "fosso", con funzione protettiva
della città, che poi fu allargato ed approfondito divenendo, nel
1836, l'odierno Canale navigabile.
- Dalletà moderna al XIX secolo
Sotto il regno di Ferdinando I d'Aragona, nel 1480,
i Turchi sbarcarono ad Otranto e il principe, per difendere Taranto
dalla loro minaccia, fece costruire, sul precedente corpo eretto
da Niceforo Foca, il Castello Aragonese.
Dopo le lotte tra Francia e Spagna per il possesso
dell'Italia, seguite alla discesa di Carlo III (1492), Taranto cadde
definitivamente, come tutta l'Italia Meridionale, sotto il dominio
spagnolo che, sancito dalla pace di Cateau Cambresis (1559) durò
fino al 1715 (trattato di Utrecht).
Anche sotto gli Spagnoli, Taranto continuò ad essere
esposta al pericolo turco. Quando Filippo II di Spagna decise di
organizzare una grande spedizione navale per arginare la continua
invadenza dei Turchi, fece concentrare proprio a Taranto le navi
cisterne prima della battaglia di Lepanto (1571), nella quale la
flotta turca fu sconfitta.
Per un lungo periodo di anni, soprattutto due furono
i centri propulsori della vita cittadina: il Castello, in funzione
di vita militare e civile, e l'Episcopio, intorno al quale si sviluppava
ogni forma di attività culturale e religiosa. Ma per trovare concrete
significative manifestazioni di affermazioni del pensiero e della
cultura, bisogna giungere all'epoca del Rinascimento che segnò l'inizio
dell'età moderna, caratterizzata dall'uso rinnovato della lingua,
dal rinnovarsi delle arti, degli studi, della politica, dei costumi,
sullo spirito dell'antichità classica. Tra i maggiori scrittori
dell'epoca: Tommaso Nicolò - d'Aquino, intorno al quale si raccolsero
molti altri ingegni.
Al contrario la vita economica, commerciale, industriale
e civile traeva i sostentamenti dalla pesca, dalla molluschicoltura,
dalla produzione agricola del retroterra, dall'arte tessile, caratterizzata
dalla produzione della "felpa", di cui si faceva larga
esportazione.
Passata successivamente ai Borboni, incorporata
nel "regno di Napoli e Sicilia", continuò una vita oscura
senza avvenimenti importanti, all'infuori di quelli del 1799, anno
in cui, aderì alla Repubblica Partenopea.
Nel periodo napoleonico, Taranto riacquistò importanza
quale base navale e militare, per opera di Giuseppe Bonaparte e
Giocacchino Murat, che la dotarono di fortificazione, di caserme
e di un arsenale.
Al decennio di occupazione francese, seguì il ritorno
dei Borboni, che segnò per Taranto un lungo periodo di abbandono,
a causa della totale assenza di interessi marittimo-militari. Fu,
comunque, un trentennio piuttosto tranquillo, fatta eccezione per
alcuni episodi di brigantaggio.
Nel 1860 fu liberata dalle truppe di Garibaldi.
Subito dopo l'incorporazione di Taranto nel regno (1861), alcuni
illustri Tarantini, tra i quali Cataldo Nitti e Nicola Mignognia,
si adoperarono per la sua valorizzazione dal punto di vista militare
e marittimo. La città e i cittadini acquisirono una nuova fisionomia.
Una volta decisa l'istituzione di una base navale prima, con l'arsenale
militare e marittimo, di una piazzaforte poi e promossa Taranto
a sede del Comando del III Dipartimento marittimo, la città visse
intensamente i grandi eventi della patria: la battaglia di Lissa
(1866), le vicende della guerra di Libia e di Etiopia e dei due
conflitti mondiali.
Contemporaneamente si assistette all'espansione
cittadina al di là del Fosso. Fu abbattuta la parte occidentale
del castello Aragonese, fu trasformato l'antico fossato in Canale
Navigabile, congiunte le due opposte sponde con un ponte e venne
dato un impensabile impulso alle costruzioni edilizie; il primo
edificio innalzato nella città nuova, o meglio nel Borgo, come si
cominciò a denominarla, fu l'attuale palazzo Ameglio dell'avvocato
don Domenico Savino.
Musei
- Il Museo Archeologico
di Taranto
Istituito nel 1887, esso occupa la sede dell'ex
convento di San Pasquale di Baylon, edificato poco dopo la metà
del XVIII sec. e divenuto di proprietà demaniale in seguito alle
requisizioni francesi del governo di G. Murat nel Regno di Napoli.
L'edificio è stato ingrandito e risistemato in varie
fasi successive, a partire dal 1903. epoca della ricostruzione della
facciata in stile umbertino, su progetto di G. Calderini.
L'ala settentrionale, invece, è stata costruita
tra il 1935 ed il 1941, mettendo in atto parte di un progetto di
completa ristrutturazione redatto da C. Ceschi.
Luigi Viola, l'archeologo cui si deve la stessa
istituzione, proponeva di farne un Museo della Magna Grecia; esso,
però, è sempre stato dedicato principalmente alla documentazione
archeologica di Taranto e del resto della Puglia e conserva anche
materiali di età preistorica e classica, provenienti dal territorio
della Basilicata.
L'esposizione attuale risale alla risistemazione
effettuata dal soprintendente De Grassi ed inaugurata nel 1963.
Al secondo piano è ospitata la sezione
preistorica che presenta le culture preclassiche dell'intero territorio
regionale. Al primo piano è esposta, invece, la sezione dedicata
alla società tarantina di età greco-romana. Il piano rialzato, infine,
originariamente destinato ad accogliere la sezione topografica,
è utilizzato attualmente per esposizioni temporanee. Il chiostro,
che raccoglie mosaici ed elementi architettonici provenienti da
Taranto, è chiuso al pubblico.
La prima sala della sezione greco-romana, è dedicata
alla cultura artistica della città antica. E' caratterizzata, infatti,
dalla scultura in marmo, attribuibile prevalentemente ad officine
locali. La pietra impiegata, nella maggior parte dei casi, proviene
dall'isola greca di Paro, un marmo bianco a grana abbastanza grossa,
di consistenza cristallina.
Le statue, rinvenute quasi tutte negli scavi condotti
tra la fine del secolo scorso e gli inizi di quest'ultimo, attestano
lo sviluppo della plastica figurativa dall'età arcaica all'Ellenismo
avanzato.
Pregevoli sono le sculture che, come la grande Kore
incompiuta e la testa di Apollo, dovevano far parte di templi o
di santuari.
La seconda sala raccoglie sculture in marmo, attribuibili
prevalentemente ad età ellenistica ed imperiale romana. Si tratta
in genere di opere minori, funerarie o decorative, queste ultime
a volte copie di originali famosi: l'esposizione comprende anche
due tappeti musivi provenienti da Taranto, pertinenti ad abitazioni
di III sec. a.C.. Tra i pezzi più notevoli della collezione è una
testa virile raffigurante probabilmente Herakles, che illustra l'influenza
esercitata da Lisippo, che operò a Taranto; un sarcofago frammentario
neoattico del II sec. a.C., in marmo pentelico, rappresentante una
battaglia tra Greci e Troiani presso le navi.
La III sala è l'unica ed esporre materiali della
città romana: si tratta di sculture, mosaici ed epigrafi relative
a monumenti pubblici e privati. La ritrattistica romana ufficiale
è documentata, fra l'altro, da una testa di Augusto velato, mentre
gli artigiani locali scolpirono una serie di ritratti, vivaci anche
se sommari, che avevamo la funzione di cippi tombali. La ricchezza
delle abitazioni della città è documentata da alcuni mosaici pavimentali
di ville di età ellenistica e romana, decorati da motivi geometrici
o da vivaci scene figurate.
L'esposizione della IV sala comprende reperti in
gran parte attribuibili alle tombe più monumentali della città nella
sua fase di vita anteriore all'età imperiale. Con questa sala incomincia
il settore del Museo dedicato alla presentazione dei materiali restituiti
dalla necropoli. La sala espone due sarcofagi arcaici dipinti. Alle
pareti, tra l'altro, si può osservare il naiskos, una specie di
piccola edicola, che fungeva da tempietto funerario.
Con la V sala comincia l'esposizione della ceramica
proveniente dalla necropoli, offrendo un excursus cronologico che
va dallo stesso periodo della fondazione della colonia laconica
di Taranto, fino alla metà circa del VI sec. a.C.. La documentazione
archeologica più rappresentativa e pressoché esclusiva per questo
periodo è costituita dalla ceramica protocorinzia e corinzia, termine
con il quale si indica una produzione vascolare che ebbe il centro
di irradiazione a Corinto; essa fu ampiamente esportata a partire
dalla metà dell'VIII sec. a.C. fino alla metà del IV sec., quando
fu quasi completamente sostituita dalla ceramica attica in tutto
il bacino del Mediterraneo e soprattutto in Italia. La campionatura
esposta nel Museo di Taranto costituisce una delle raccolte più
ampie e ricche di questa classe vascolare; essa proviene da corredi
funerari, cioè da quell'insieme di oggetti che venivano deposti
insieme al defunto. La tipologia tombale in questo periodo è molto
semplice, infatti è costituita generalmente da fosse scavate nella
roccia, contenenti una o al massimo due deposizioni, con copertura
formata da due lastroni in pietra carparo. Il corredo veniva deposto
solitamente all'interno della fossa presso il defunto; non mancano
comunque casi in cui parte di esso veniva collocato all'esterno,
presso una delle fiancate o sulla copertura. Il rito utilizzato
è quello dell'inumazione.
La VI sala privilegia l'esposizione dei corredi
funerari, con importazioni laconiche. Gli esemplari di questo tipo
di ceramica, fabbricata a Sparta, sono piuttosto rari e interessanti
come documento dei rapporti commerciali tra colonia e madrepatria
nel VI sec. Da segnalare è la coppa laconica, decorata con pesci,
di vivace gusto naturalistico.
L'argilla è rosata, ben depurata; la superficie
è quasi completamente rivestita da una ingabbiatura chiara, che
ha maggiore risalto alle figurazioni in nero, con particolari ritocchi
in rosso.
La VII e l'VIII sala espongono ceramica importata
dall'Attica; a Taranto è rappresentata soprattutto la fase più antica,
a figure nere, relativa al VI sec. a.C., mentre scarseggia quella
più recente a figure rosse, limitata ai primi decenni del V sec..
Una ceramica di produzione locale, fabbricata ad imitazione dei
vasi attici a figure rosse, sostituisce completamente le importazioni
a partire dalla fine del V sec. a.C. (ceramica protoitaliota), e
ancora, nel corso del IV sec. a.C. (ceramica apula): vi sono rappresentate
scene dionisiache o scene di offerte presso il tempietto funerario.
Notevoli anche alcuni vasi con personaggi e scene caricaturali tratti
dalla farsa fliacica, una particolare forma di commedia popolare
tipica dell'Italia meridionale. Le ceramiche ellenistiche del tipo
detto di Gnathia sono caratterizzate da una decorazione di carattere
vegetale, sovradipinta sulla superficie nero lucida del vaso. Non
mancano, infine, esemplari di ceramica di età romana, come i vasi
di fabbrica a retina, in rosso corallino, di terracotta invetriata,
di vetro, talvolta vivacemente policromo.
L'XI sala contiene numerosi e ricchi corredi funerari,
che illustrano la raffinata perizia raggiunta nell'arte orafa dagli
artigiani dell'antica Taranto. Sono esposti oggetti molto vari:
diademi in lamina doro a foglie di quercia, di rosa o di alloro,
orecchini dalle foggie più diverse, anelli con castoni in pietra
dura incisa, fibule e collane. Di eccezionale interesse per numero
e qualità di esemplari è il corredo rinvenuto in un ipogeo di Canosa,
e composta da un magnifico diadema con fiorellini e viticci in oro
e smalti, da degli orecchini con pendenti a grappolo d'uva, da un
originale scettro in lamina d'oro traforato, terminante da due Nikai
alate, da una teca di specchio e da due portagioie d'argento lavorati
a sbalzo. Gli esemplari più antichi risalgono al VI sec. a.C. ma
quelli raffinati sono databili ai sec. IV - III a.C.. Nella medesima
sala sono esposti anche alcuni prodotti in filigrana dell'oreficeria
bizantina, risalente ai sec, VI - IX d.C. e le monete, provenienti
da "ripostigli", cioè da gruzzoli di monete raccolti in
recipienti di bronzo o di terracotta, che si usava nascondere in
periodi particolarmente turbolenti. Le più antiche sono eseguite
nella tecnica "incusa" e risalgono al sec. VI a.C.
Il Museo di Taranto possiede una delle più ricche
collezioni di terracotte figurate, di carattere sacro e profano,
tutti prodotti in officine dell'antica Taranto.
Palazzi
storici
Affacciato sul Mar Grande e sul Canale Navigabile,
fu fatto costruire da Ferdinando d'Aragona su progetto, con altri,
di Francesco di Giorgio Martino, tra il 1481 e il 1492, su precedenti
fortificazioni bizantine. Mentre si progettava la costruzione del
Castello, allo scopo di rendere più sicura la città, per prudenza
l'area destinata alla fortezza, fu isolata dalla terra ferma. Un
ampio fossato circondava, in corrispondenza del mare, il castello
a cui si accedeva tramite due ponti levatoi.
Dell'antica costruzione conserva quattro torrioni
cilindrici uniti da larghe cortine e completati da baluardi. Il
quinto torrione, detto Sant'Angelo, fu abbattuto in seguito all'inizio
dei lavori per l'erezione del Ponte Girevole.
All'interno è stata restaurata la cappella di S.
Leonardo, rifatta nel sec. XVI, nella quale il 25 aprile 1407, si
celebrarono le nozze di Ladislao di Durazzo con Maria d'Enghien,
principessa di Taranto.
Attualmente nel Castello, sede della Marina Militare,
è custodito un piccolo museo che comprende anche i reperti archeologici
sottomarini.
Il Castello domina il Canale Navigabile, che venne
tagliato attraverso l'istmo nel 1481, e allargato e approfondito
nel 1886. E' lungo 380 mt., largo 73 e profondo 12 e costituisce
la principale comunicazione tra il Mar Grande e il Mar Piccolo.
Sul Canale, il Ponte Girevole, intitolato a San Francesco da Paola,
fu costruito nel 1886 in luogo dell'antico ponte Angioino e rifatto
nel 1958. Si eleva a 12 mt. sul mare ed è lungo 86 mt. circa, largo
10 mt.; azionato da motori elettrici, si apre nel mezzo per consentire
il passaggio delle navi maggiori addossando alle sponde le sue parti.
- Palazzo Carducci-Artemisio
Ad angolo tra via Seminario e via Duomo.
Di origine cinquecentesca, appartenuto ad una delle più ricche famiglie
della città, ha subito varie modifiche. La facciata è ornata da
doccioni di gusto barocco e da un balcone con ringhiera in ferro
battuto. Da un vasto androne con stemma dipinto, si accede a un
cortile su cui si affaccia un elegante ingresso liberty dei primi
del Novecento, con pensilina in ferro battuto e vetro. All'interno
si conserva un ciclo di tele con figure di Santi, realizzate da
Cesaro Francanzano, datate tra il 1640 e il 1646.
Eretto nel centro della città nuova, in piazza
Archita, domina il vasto slargo di villa Garibaldi, chiudendo scenograficamente
la strada in asse con il Ponte Girevole.
Iniziato nel 1789 durante il governo borbonico con
funzioni di orfanotrofio, rimase interrotto al piano terra per circa
un secolo. Nel 1873 fu innalzato il primo piano; tra il 1893 e il
1896 fu portata a termine una generale ristrutturazione con l'aggiunta
del secondo e terzo piano sulla base del progetto dell'Ing. Giovanni
Galeono.
La facciata a bugnato, percorsa da quattro file
di finestre di diversa dimensione, è interrotta dal leggero rilievo
di due avancorpi laterali e di uno centrale. L'equilibrio volumetrico
e la compostezza formale dell'architettura sono appesantiti dal
preziosismo della decorazione (affidata al doppio ordine di colonne
doriche e di lesene negli avancorpi, ai fregi degli stipiti e dei
timpani e alle modanature) e dalla presenza del timpano centrale
con il grande orologio.
Monumentale edificio su disegno di Armando Brasini.
Nei locali a pianterreno è sistemata la biblioteca civica Acclavio.
Ledificio si affaccia sulla Rotonda a mare,
terrazza semicircolare belvedere, ove converge il bellissimo Lungomare
Vittorio Emanuele III, che costeggia il Mar Grande con maestosi
edifici moderni e con filari di pini, di palme e di oleandri.
Dal Lungomare, bella vista sul Mar Grande, delimitato
dal Capo San Vito, col faro, a sinistra, e dalla Punta Rondinella,
a destra; al largo sono le basse isole di San Pietro e San Paolo,
dette anche Cheradi, che chiudono allorizzonte il bacino.
Chiese
Tra le numerose chiese presenti nella città di
Taranto, sono da rilevare:
- Cattedrale
di San Cataldo (Duomo)
Ubicata nella Città Vecchia, in Via Duomo. Sorge
sui resti di un tempio pagano, si suppone quello della Dea Vittoria,
trasformato in tempio cristiano da San Cataldo, pellegrino irlandese
venuto a Taranto per ripristinare l'antica fede predicata da San
Pietro.
Edificata nel IV sec., a cui risale la cripta, l'originaria
chiesa di San Cataldo; al V sec. risale il Battistero. Intorno al
1050 divenne Arcivescovo il normanno Drogone, al cui episcopato
è legata l'edificazione della nuova Cattedrale di Taranto. Durante
i lavori fu ritrovato il tumulo di San Cataldo. Rimaneggiata a più riprese, a
partire dal XVI sec. anche a causa di un incendio, negli ultimi
anni è stata riportata in gran parte alle semplici linee originarie,
tranne nella facciata, che conserva le eleganti forme barocche apportategli
da Mauro Manieri nel 1713. Essa presenta, nella metà inferiore,
due nicchie con le statue di San Marco e San Pietro, primi evangelizzatori
di Taranto; la facciate superiore è caratterizzata da un finestrone
incorniciato da un testone floreale, sormontato dalla statua di
San Cataldo; nelle nicchie laterali sono presenti le statue di Sant'Irene
e San Rocco, patroni minori della città. Sulla cuspide due angeli
che fiancheggiano la croce.
I fianchi presentano una decorazione ad arcatelle
cieche su mezze colonnine, nel cui fondo sono ornamenti geometrici;
un motivo decorativo, ad arcature su esili colonnine, si ripete
nel transetto e nell'alto tamburo della cupola bizantineggiante.
Il campanile, che risaliva al 1413, è stato completamente rifatto
negli ultimi restauri.
L'interno è preceduto da un vestibolo quattrocentesco
da cui, a sinistra si accede al Battistero: il fonte battesimale,
consistente in una vasca monolitica bizantina riscalpellata in epoca
barocca, è sormontato da un baldacchino formato da parti medioevali
ricomposte nel 500, su colonne antiche originariamente sull'altare
maggiore. Una lapide a sinistra, ricorda il battesimo del musicista
Giovanni Paisiello. La chiesa è a pianta basilicale a tre navate
divise da 16 colonne di marmi vari con capitelli bizantini e romanici,
che sostengono archi a pieno centro.
All'inizio a destra è presente un'acquasantiera
sorretta da quattro erme femminili (una è mancante). La navata mediana
è coperta da un ricco soffitto ligneo a cassettoni del XVII sec.,
dorato nel 1713, con le figure di S. Cataldo e dell'Immacolata,
a rilievo; le navate laterali hanno tetto a travature scoperte.
Nel pavimento, vari resti di quello originario a mosaico, a grosse
tessete. Per due scale dalle navatelle si sale al transetto, su
cui si eleva la cupola a 23 mt. sul piano del santuario; sopra laltare
maggiore ciborio, su quattro colonne di giallo antico.
Nel coro, rifatto in legno di noce, figurano due
antichi dipinti di autori ignoti. A sinistra del coro è la Cappella
del SS.Sacramento, originariamente dedicata a S. Agnese. Successivamente
abbellita con marmi, tele, altare in marmi scelti con ornamenti
in metallo dorato e cancello, che reca le lettere M. P. (Monte di
Pietà).
A destra del coro è la sontuosa cappella barocca
dedicata a San Cataldo, detta il "Cappellone", iniziata
nel 1657 e completata nel 1717. Nel vestibolo vi è l'organo settecentesco
con la tribuna in legno dorato. Sulle pareti due notevolissime sculture:
S. Giovanni Gualberto e S. Giuseppe. Tutta la superficie del Cappellone
è un arabesco di marmi policromi e di intarsi di una suggestione
unica. Il valore di ogni riquadro di marmo è incalcolabile. Sul
tamburo ellittico sono affrescati in sette riquadri alcuni miracoli
di S. Cataldo e il suo approdo a Taranto. La cupola fu affrescata
dal napoletano Paolo De Matteis nel 1713. Il cappellone è adorno
di 10 statue di santi, in marmo.
In alto, sul fondo dell'ellissi, si apre la nicchia
con la statua in argento del Santo Patrono. Il ricchissimo altare,
con uno stupendo paliotto a tarsie marmoree, custodisce le reliquie
di S. Cataldo, vescovo di Rachau (Irlanda), morto a Taranto nel
VII sec.
Sotto il transetto e il presbiterio si estende la
cripta, a cui si accede per una scalinata posta davanti all'altare
maggiore. Essa è divisa in due navate da colonne tozze e basse con
lastre, su cui poggiano grandi arcate con volte a crociera a sesto
rialzato. Le pareti conservano resti di affreschi bizantineggiante
del XII sec.: S. Cataldo, sovrapposto a un altro, Madonna e altri
indecifrabili. Un sarcofago di epoca paleocristiana è collocato
nel braccio trasversale. Nel vano della cripta vi sono le tombe
di alcuni Arcivescovi di Taranto.
- Chiesa
di S. Domenico Maggiore (o S. Pietro Imperiale)
Ubicata al termine di Via Duomo alla sommità di
un pendio che da esso prende il nome.
Sorta verso la fine dell'XI sec., ricostruita nel 1302 ma poi ampiamente
rimaneggiata e di recente restaurata. Nel corso dei secoli, i Domenicani
costruirono nella chiesa tre confraternite, quella del SS. Rosario,
quella del nome di Dio e quella dell'Addolorata, dedicando al esse
tre cappelle votive che, nell'ordine possono ancora oggi ammirarsi
sul lato sinistro della chiesa.
La chiesa è a pianta basilicale e ricalca a grandi
linee lo stile romanico, già pervaso dal senso di verticalità proprio
dello stile gotico. Della primitiva costruzione resta solo la facciata,
su un'alta duplice scalea barocca, che conserva un grandioso portale
ogivale con baldacchino, il caratteristico rosone cinto da un archivolto
impostato su due colonnine pensili e, in alto coronamento ad archetti.
Nel fianco destro (non visibile), curioso campaniletto a vela con
arco ogivale a denti di sega.
L'interno, completamente modificato e rinnovato,
è a croce latina a una sola, ampia navata, con cupola su quattro
archi leggermente ogivali e abside quadrata con volta a crociera;
era adorno di soffitto ligneo dipinto da Carlo Martinelli nel 1717,
andato distrutto da un incendio nel 1965. Ai secoli XVII e XVIII
risalgono il presbiterio e i vari altari barocchi con decorazioni
di tipo leccese.
Sul fianco sinistro si aprono alcune cappelle cinquecentesche
riccamente decorate di marmi policromi: la prima cappella è dedicata
al Santo Rosario della Vergine Maria, rappresentata in un dipinto
opera dell'Olivier; la seconda è dedicata al Sacro Cuore di Gesù;
la terza è dedicata al Santo Nome di Dio e contiene un'icona barocca
rappresentante la "Circoncisione", di Marco Pino; la quarta
cappella contiene la statua lignea della Beata Vergine dell'Addolorata,
la cui confraternita, nella notte del Giovedì santo, cura la tradizionale
processione dei "perdune", gli incappucciati penitenti
che, assieme a quelli della confraternita del Carmine, hanno reso
celebre dovunque la Settimana Santa tarantina.
- Cattedrale dedicata alla Gran Madre
di Dio
Sita in V.le Magna Grecia al termine di Via Dante
Alighieri. Opera del 1971 di Giò Ponti, dall'originale architettura
che recupera, stilizzati, in chiave moderna, i temi dell'architettura
gotica. La costruzione è sormontata da una vela alta 42 mt. la cui
cima reca una croce luminosa di colore azzurro, visibile ai naviganti,
in ossequio anche alle virtù marinare della città.
La Cattedrale è lunga 75 mt. e larga 23 e si articola
di due chiese, una superiore, a cui si accede attraverso un'ampia
scalinata, ed una inferiore.
I colori dominanti dell'interno della chiesa superiore,
ad un'unica navata, sono il verde per simboleggiare la speranza
e il bianco per la purezza. Ai lati del presbiterio si ergono due
colonne che reggono simboliche ancore. L'altare maggiore è tutto
in pietra; la parete posteriore reca dipinti dell'artista: l'angelo
dell'Annunciazione e la Madonna.
Nella chiesa sono state realizzate quattro cappelle:
del Battistero, della Madonna, dei Marinai caduti in mare e del
SS. Sacramento.
Centro
storico
La città vecchia occupa l'isola tra i due mari
e costituisce uno dei più caratteristici esempi di borgo marinaro
italiano medioevale; originariamente
era una penisola collegata alla città nuova da un istmo. E' percorsa
longitudinalmente da quatto vie, Corso V. Emanuele ex strada delle
mura, Via Garibaldi ex strada della Marina, Via di Mezzo e Via Duomo
ex strada maggiore, a cui si aggiungono circa 140 viuzze angustissime
e tortuose, in parte scalinate, essendo il suolo dell'isola inclinato
verso la riva del Mar Piccolo. La via più importane è Via Duomo,
che attraversa interamente la città e il cui percorso risale ad
un'antica strada romana, fiancheggiata da edifici barocchi e portati
con figurazioni spagnole.
Tra le vie più rilevanti è da sottolineare la caratteristica
Via Cava, la cui denominazione è incerta. In seguito all'esecuzione
dei lavori di abbassamento del livello stradale, per creare alcuni
passaggi per i veicoli e per i pedoni della zona più alta della
città verso la parte più bassa, fu ricavato il pendio San Domenico,
e in accentuato declivio la Via Cava. Poiché la via fu realizzata
dalla "cavatura" delle rupi circostanti, si può supporre
che la denominazione sia stata attribuita al luogo ove fu eseguito
lo scavo. Non è da escludersi, un'altra ipotesi, quella cioè che
la via abbia tratto origine dai benedettini di Cava che ebbero,
in Puglia, vari possedimenti.
La ristrutturazione dell'intera via ha restituito alla città la
parte più antica della propria storia.
Il
paesaggio
Il panorama dellappendice meridionale delle
Murge è carsico. Al carsismo va attribuita la mancanza di corsi
dacqua, poiché
la pioggia penetra in massima parte in profondità nel suolo. Non
esistono sistemi vallivi e le altitudini sono modeste, non arrivano
ai 700 mt.; le pianure e i colli sono di forme appiattite o ondulate.
Le profonde incisioni torrentizie sono chiamate "gravine"
e assumono, talvolta, laspetto di tortuosi burroni. I ripiani
bassi sono ricoperti di terra rossa che spicca tra le tinte chiare
o biancastre della roccia. Laltopiano delle Murge è ondulato
nella sua estensione a sud-est e interamente coltivato, prevalentemente
a vigneti e oliveti, digrada a terrazzi con varie propaggini in
una tipica pianura costiera, dove scaturiscono sorgenti sottomarine,
i "citrelli" del Mar Piccolo.
La
costa
Si presenta piuttosto uniforme per le suggestive
rientranze e sporgenze dovute allinfaticabile azione erosiva
del mare. Il litorale presenta sfondi di campagna e canneti, spiagge
di sabbia finissima e scogliere naturali sul mare cristallino, di
diverse gradazioni, che scintilla anche ai più fiochi e impercettibili
raggi solari.
Riti della
Settimana Santa
I Riti della Settimana Santa hanno radici profonde
nel tempo e nell'animo dei cittadini, ed hanno molte affinità con
manifestazioni analoghe di alcune città spagnole.
Nei
giorni seguenti la Domenica delle Palme, in ogni chiesa si svolgono
particolari funzioni, integrate da manifestazioni artistico-religiose,
per ricordare la morte del Signore.
Nel primo pomeriggio del Giovedì Santo una coppia
di confratelli, appartenente alla congregazione del Carmine, esce
dalla chiesa: è la "prima posta" che inizia il pellegrinaggio
e visita, seguendo un minuzioso rituale, il sepolcro allestito in
ogni chiesa. Ad intervalli escono dalla chiesa altre coppie e, a
piedi nudi, attraversano la città, sostando davanti al Sepolcro
di ogni chiesa.
Questi pellegrini detti "perdune" vestono
un abito caratteristico per foggia e colori ed hanno il volto coperto
da un aderente cappuccio con due forellini per gli occhi. Essi simboleggiano
i "fratres poenitentiae", alla ricerca del perdono di
Dio.
Dalla chiesa di San Domenico, a mezzanotte, esce
la processione dell'Addolorata, molto suggestiva, che raduna una
folla di fedeli. A passo lentissimo, al suono della marce funebri
e alla luce dei ceri, si snoda in una lunga ed estenuante marcia
che si conclude il Venerdì Santo, dopo oltre 12 ore di pellegrinaggio.
Poche ore dopo, dalla chiesa del Carmine, esce la
processione dei Misteri. Alle prime immagini di Gesù Cristo Morto
e dell'Addolorata, con il passare del tempo se ne aggiungono altre
sei che, in una atmosfera che esprime la religiosità dell'animo
pugliese, attraversano la città con un corteo per rientrare a notte
inoltrata.
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