TARANTO


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Superficie:
Densità:
Altitudine: 15 mt s.l.m.
Abitanti: Tarantini

Cenni storici

  • Le origini

Le origini di Taranto si perdono nella più remota antichità, perché, come per la Grecia stessa, così anche per Taranto c'è stato un periodo pre-ellenico.

Circa 2500 anni prima di Cristo, popolazioni di Hethei-Pelasgi, dopo aver colonizzato le coste dell'Egeo, vennero a stabilirsi nelle immediate vicinanze dell'attuale città e più precisamente nella zona che va da Capo San Vito a Leporano, dove fondarono una città cui diedero il nome di Saturo, nome che ancor oggi identifica quella contrada, cioè città (-Ur) dedicata a Sat, loro somma divinità.

Veduta aerea del centro storicoNarra la leggenda che l'eroe spartano Falanto, prima di avventurarsi nel mare alla ricerca di nuove terre, consultò l'oracolo di Delfi e apprese che sarebbe giunto nella terra di Saturio (nella penisola salentina) e avrebbe fondato una città sul luogo in cui gli fosse caduta addosso una pioggia da "etra", ossia da un cielo sereno e senza nuvole. Falanto si mise in mare e giunse alla foce del fiume Tara. Stanco del viaggio, si addormentò. La moglie, a ricordo delle peripezie sopportate e dell'oscuro responso dell'oracolo, pianse a dirotto. Le sue lacrime bagnarono abbondantemente il volto del marito. L'oracolo si era avverato. Una pioggia era caduta su Falanto: le lacrime della moglie "Etra". L'eroe, sciolto l'enigma, si accinse a fondare la sua città, dopo un sacrificio ad Apollo, a cui fu cara.

Accanto a questa versione sull'origine di Taranto, ve n'è un'altra che farebbe risalire la nascita della città a 2000 anni prima di Cristo, ad opera degli immediati discendenti di Noè, i cosiddetti Noechidi, i quali, dopo il diluvio universale, si sarebbero dispersi nelle diverse parti del mondo, provvedendo poi, gradatamente, ad incrementare la popolazione.

E si vuole appunto che in tale epoca, Tiras, oppure Taras, alla maniera greca, uno dei figli di Nettuno, sua giunto in questa regione, a capo di una flotta, approdando presso quel corso d'acqua che poi da lui stesso avrebbe preso il nome (si tratta appunto del fiume Tara, che scorre a circa 10 km dalla città, in contrada Cagioni). Poi, sempre secondo la leggenda, Taras si sarebbe dedicato ad edificare, presso lo stesso fiume e presso il mare, non solo la città che ugualmente da lui avrebbe preso il nome (appunto Taras, poi Taranto), ma anche quella che egli dedicò a sua moglie Satureia che chiamò Saturo.

Ad avvalorare, però, un po' di più la seconda ipotesi, c'è il grande culto che l'antica Taranto ebbe per Nettuno e naturalmente nella città, non poteva non essere eretto un tempio dedicato a questa mitica divinità.

La tradizione più accreditata, infatti, voleva che tale tempio sorgesse precisamente nello spazio compreso tra la Chiesetta della Trinità e la sede municipale. Tale tradizione si è dimostrata vera, poiché, dopo opportuni lavori, che hanno però fatto sparire la Chiesetta della Trinità, sono stati portati alla luce alcuni reperti ed una colonna di un tempio.

La leggenda aggiunge che un certo giorno Taras sarebbe scomparso nelle acque del fiume e dal padre sarebbe stato assunto fra gli eroi. Questa favolosa sparizione di Taras fu poi, da uno dei nostri maggiori storici, il Giovan Giovine, affiancata e rafforzata alla ugualmente leggendaria sparizione di Romolo, il mitico fondatore di Roma.

Più tardi, nel secondo millennio, a.C. giunsero anche delle colonie Arii, alcune dall'interno, altre, invece, dal mare, attratte certamente dalla particolare conformazione della costa: essi infatti costruirono le loro case su palafitte. A legittimare questa tesi sta il fatto che intorno al 1900, mentre si attuavano gli scavi per il porto mercantile, venne scoperto, presso lo scoglio del Tonno un intero paese di questa popolazione. A poco a poco gli Arii riuscirono a controllare tutto il territorio dopo aver sottomesso i Pelasgi. In questo periodo la città cambiò nome, assumendo appunto il nome di Taras, dal mitico figlio di Nettuno.

La cronologia tradizionale, che è dello storico greco Eusebio, assegna la data della fondazione di Taranto al 706 a.C.. Le fonti storiche tramandano la notizia del trasferimento di alcuni coloni spartani in questa zona per necessità di espansione o per questioni commerciali, che interruppero bruscamente la vita precedente, distruggendo l'abitato indigeno e portando una nuova linfa di civiltà, di consumi, di tradizioni. La documentazione epigrafica ha dimostrato che a Taranto era diffuso il tipico dialetto dorico parlato nella Laconia, la regione in cui in questo periodo dominava già il centro di Sparta. L'organizzazione sociale e la cultura materiale dei coloni, mostravano forme più complesse rispetto a quelle manifestate dalle comunità indigene. La struttura sociale della colonia espresse ben presto l'emergenza di una oligarchia economica, che sviluppò nel tempo una vera e propria cultura aristocratica.

  • In età ellenistica e romana

Non sappiamo nulla dei primi due secoli di vita della città; il suo porto costituiva un tappa obbligata della navigazione da Oriente a Occidente e i ricchi corredi funerari della necropoli mostrano l'esistenza di intensi scambi commerciali. La ricchezza della classe aristocratica proveniva, probabilmente, dallo sfruttamento delle risorse del fertile territorio circostante, che venne popolato e difeso da una serie di "phrouria", piccoli centri fortificati in posizione strategica. Sin dall'inizio i rapporti con il mondo indigeno circostante risultavano abbastanza difficili: continue aggressioni venivano effettuate ai danni dei vicini Peuceti e Messapi; intorno al 500 a.C. la città sembrava essere governata da un istituto di tipo monarchico; è noto un re o tiranno di nome Aristophilides e contemporaneamente è attestata una conflittualità politica, tanto che vengono ricordati esuli, come un certo Gillos, riparato in Messapia.

Ma nel 473 a.C., la città subì una tale sconfitta da parte dei Messapi e degli Japigi, da indurre lo storico greco Erodoto ad affermare che quella dei tarantini fu la più grave sconfitta inflitta a popolazioni di stirpe greca. Secondo Aristotele l'evento provocò la crisi della classe aristocratica al potere, decimata dalla guerra, che non poté opporsi ad una rivoluzione istituzionale di tipo democratico.

Nella prima metà del V sec. a.C. la città subì una profonda trasformazione, anche dal punto di vista urbanistico. Si costruì una nuova cinta difensiva e si ampliò la superficie monumentale, proseguendo un processo già avviato agli inizi del VI sec. a.C. e documentato dalla costruzione di un imponente tempio dorico sull'Acropoli (attuale Città Vecchia), di cui si vedono ancora i resti in piazza Castello.

Il rivolgimento costituzionale, inoltre, non arrestò la politica aggressiva nei confronti del mondo esterno; la città, infatti, ingaggiò una guerra, tra il 444 ed il 433 a.C., con la colonia panellenica di Thourioi, per il possesso della Siritide, il territorio tra i fiumi Sinni e Agri. Il conflitto si concluse con l’accordo per la deduzione di una subcolonia mista di Thurini e Tarantini, che prese il nome di Herakleia, in cui prevalse ben presto la componente dorica di Taranto.

Verso la fine del secolo Taranto si allineò alla politica spartana, in occasione della guerra del Peleponneso, senza entrare direttamente nel conflitto, ma negando l'approdo alle navi della flotta ateniese in rotta verso la Sicilia.

Il periodo di maggiore floridezza vissuto dalla città è comunque, il VI sec. a.C.. Verso la metà del secolo il governo settennale di Archita segnò l'acme dello sviluppo tarantino ed il riconoscimento di una superiorità politica sulle altre colonie dell'Italia meridionale, che si concretizza nella supremazia nell'ambito della lega italiota. Ma nel 303-302, i Lucani si allearono con Roma, con il chiaro scopo di frenare l'espansione della città, la quale, tuttavia, chiese aiuti alla madre-patria Sparta. Roma, invece di aprire le ostilità, preferì offrire la pace alla città magno-greca: nei trattati fu inclusa la famosa clausola, secondo la quale era vietato alle navi romane di spingersi più ad oriente del promontorio Lacinio.

Anche questa volta il predominio del golfo rimaneva nelle mani di Taranto. Ma nel 281 a.C. il pretesto per un'ulteriore guerra fu offerto da una richiesta di protezione che gli abitanti di Thurii, assediati dai Lucani rivolsero a Roma, che, come sempre, accolse prontamente l'invito e mandò una guarnigione per mare. Era, questa, una svolta negli avvenimenti di indubbia importanza, perché per la prima volta i Romani si inserivano nelle lotte tra Italioti ed indigeni. Le navi romane, infatti per raggiungere Thurii, dovettero oltrepassare il Capo Lacinio; i Tarantini tralasciarono questa prima infrazione dei trattati, ma, quando i Romani pretesero di ormeggiare nel porto, i Tarantini considerarono il fatto come una vera provocazione: assalirono perciò le navi e ne affondarono quattro. Nacque così il conflitto tra Roma e Taranto, che terminò con la sconfitta della città magno-greca, nonostante l'aiuto ricevuto da Pirro, re dell'Epiro. Come condizione di resa, Taranto fu costretta a consegnare, fra l'altro, un congruo numero di navi a Roma, che temeva evidentemente una nuova crescita di Taranto.

Nel 213 a.C., si verificò l'ultimo tentativo di ribellione in occasione della spedizione di Annibale in Italia. Al momento della rivolta, il corpo civico tarantino si era diviso; infatti una parte di esso, forse il settore aristocratico, si era rifugiata sull'Acropoli con le truppe del romano M. Livio. La conclusione fu tragica: Quinto Fabio Massimo, infatti, riconquistò la città con uno stratagemma nel 209 a.C., mettendola a sacco e ricavandone un cospicuo bottino in materiali preziosi, beni artistici e schiavi. Il Senato romano non privò la città della sua autonomia amministrativa; economicamente, però, le proibì di coniare moneta e lo sviluppo progressivo del porto di Brindisi, concorrenziale, segnò una profonda decadenza.

Al 123 a.C. risale la fondazione di una colonia romana voluta da C. Gracco, che sfruttò il territorio confiscato dallo stato romano. Comunità greca e colonia romana confluirono poi, dopo l'89 a.C., in un'unica struttura amministrativa, un "municipium" che segnò l'omologazione completa di Taranto nell'Italia romana.

Augusto fu a Taranto nel 37 a.C. per incontrare Marco Antonio, nell'occasione della stipula di uno storico patto. In questo periodo la città venne fornita di un acquedotto e di un anfiteatro.

Il I sec. a.C. sembra essere stato caratterizzato da una sopravvivenza difficile e solo verso la sua fine si registrò una certa ripresa. Nella città, forse all'epoca di Traiano, fu costruito il complesso delle terme Pentascinenses. In età tardo antica, il centro mantenne un buon livello di vita urbana e nel IV sec. d.C. si restaurarono le terme.

  • Nei primi secoli dell’era volgare

La storia di Taranto dopo la caduta dell'Impero d'Occidente rimase avvolta in una foschia piuttosto impenetrabile; dopo tanto splendore lo stato di decadenza in cui essa si abbandonò fu lungo ed inesorabile.

La nuova era cristiana trovò Taranto ridotta ad una provincia dell'Impero romano; poi vennero i Goti, i Longobardi, gli Ungari, i Saraceni. Con le violente scorribande di questi ultimi, nell'anno 927, si ebbe la definitiva distruzione della vecchia Taranto greco-romana.

Solo dopo quarant'anni, nel 967, l'Imperatore bizantino Niceforo Foca, che è giustamente considerato il secondo fondatore di Taranto, decise di ricostruire la città. Ne nacque quella che noi oggi chiamiamo 'città vecchia', che conserva ancora l'originaria struttura urbanistica. Questi, per facilitare il lavoro dei pescatori, abbassò il livello della città lungo il Mar Piccolo, unì la città vecchia alla terra ferma costruendo il ponte di pietra, e ricostruì l'antico acquedotto romano del Triglio, che, proprio attraverso il ponte di pietra, convogliava nella città le acque delle vicine Murge. Di questo acquedotto sono ben visibili i ruderi sulla strada Taranto-Statte.

Successivamente la città fu conquistata dai Normanni e, dall'epoca di Roberto di Guiscardo, nel 1085, viene fatto risalire l'inizio della storia del famoso Principato di Taranto.

Ai Normanni succedettero gli Svevi. Federico II arricchì Taranto della "Rocca Imperiale", magnifico palazzo con funzione di roccaforte, ubicato dove oggi sorge la chiesa di S. Domenico Maggiore. Lo stesso imperatore investì suo figlio Manfredi del titolo di principe di Taranto.

Nel 1266, con la sconfitta di Manfredi a Benevento, da parte di Carlo d'Angiò, Taranto passò ai Francesi. Il titolo di principe su assegnato a Filippo d'Angiò.

Nel complicato sistema protettivo della vecchia Acropoli, nel 1404 Raimondello Orsini del Balzo fece costruire una massiccia torre quadrata, che vigilava l'ingresso in città dalla Porta Napoli, dominava quella che ancora attualmente si chiama Piazza Fontana e che per deplorevole incomprensione degli amministratori dell'epoca, fu fatta demolire nel 1884.

A questo lungo e prosperoso periodo di quattro secoli, si fanno risalire la costruzione della Cattedrale di San Cataldo, l'intensificazione del culto per il Patrono e la costruzione della monumentale chiesa dedicata a San Domenico Maggiore.

Altro avvenimento di rilievo per Taranto fu la trasformazione in isola dell'antica Acropoli, mediante il taglio della penisoletta, con la creazione del famoso "fosso", con funzione protettiva della città, che poi fu allargato ed approfondito divenendo, nel 1836, l'odierno Canale navigabile.

  • Dall’età moderna al XIX secolo

Sotto il regno di Ferdinando I d'Aragona, nel 1480, i Turchi sbarcarono ad Otranto e il principe, per difendere Taranto dalla loro minaccia, fece costruire, sul precedente corpo eretto da Niceforo Foca, il Castello Aragonese.

Dopo le lotte tra Francia e Spagna per il possesso dell'Italia, seguite alla discesa di Carlo III (1492), Taranto cadde definitivamente, come tutta l'Italia Meridionale, sotto il dominio spagnolo che, sancito dalla pace di Cateau Cambresis (1559) durò fino al 1715 (trattato di Utrecht).

Anche sotto gli Spagnoli, Taranto continuò ad essere esposta al pericolo turco. Quando Filippo II di Spagna decise di organizzare una grande spedizione navale per arginare la continua invadenza dei Turchi, fece concentrare proprio a Taranto le navi cisterne prima della battaglia di Lepanto (1571), nella quale la flotta turca fu sconfitta.

Per un lungo periodo di anni, soprattutto due furono i centri propulsori della vita cittadina: il Castello, in funzione di vita militare e civile, e l'Episcopio, intorno al quale si sviluppava ogni forma di attività culturale e religiosa. Ma per trovare concrete significative manifestazioni di affermazioni del pensiero e della cultura, bisogna giungere all'epoca del Rinascimento che segnò l'inizio dell'età moderna, caratterizzata dall'uso rinnovato della lingua, dal rinnovarsi delle arti, degli studi, della politica, dei costumi, sullo spirito dell'antichità classica. Tra i maggiori scrittori dell'epoca: Tommaso Nicolò - d'Aquino, intorno al quale si raccolsero molti altri ingegni.

Al contrario la vita economica, commerciale, industriale e civile traeva i sostentamenti dalla pesca, dalla molluschicoltura, dalla produzione agricola del retroterra, dall'arte tessile, caratterizzata dalla produzione della "felpa", di cui si faceva larga esportazione.

Passata successivamente ai Borboni, incorporata nel "regno di Napoli e Sicilia", continuò una vita oscura senza avvenimenti importanti, all'infuori di quelli del 1799, anno in cui, aderì alla Repubblica Partenopea.

Nel periodo napoleonico, Taranto riacquistò importanza quale base navale e militare, per opera di Giuseppe Bonaparte e Giocacchino Murat, che la dotarono di fortificazione, di caserme e di un arsenale.

Al decennio di occupazione francese, seguì il ritorno dei Borboni, che segnò per Taranto un lungo periodo di abbandono, a causa della totale assenza di interessi marittimo-militari. Fu, comunque, un trentennio piuttosto tranquillo, fatta eccezione per alcuni episodi di brigantaggio.

Nel 1860 fu liberata dalle truppe di Garibaldi. Subito dopo l'incorporazione di Taranto nel regno (1861), alcuni illustri Tarantini, tra i quali Cataldo Nitti e Nicola Mignognia, si adoperarono per la sua valorizzazione dal punto di vista militare e marittimo. La città e i cittadini acquisirono una nuova fisionomia. Una volta decisa l'istituzione di una base navale prima, con l'arsenale militare e marittimo, di una piazzaforte poi e promossa Taranto a sede del Comando del III Dipartimento marittimo, la città visse intensamente i grandi eventi della patria: la battaglia di Lissa (1866), le vicende della guerra di Libia e di Etiopia e dei due conflitti mondiali.

Contemporaneamente si assistette all'espansione cittadina al di là del Fosso. Fu abbattuta la parte occidentale del castello Aragonese, fu trasformato l'antico fossato in Canale Navigabile, congiunte le due opposte sponde con un ponte e venne dato un impensabile impulso alle costruzioni edilizie; il primo edificio innalzato nella città nuova, o meglio nel Borgo, come si cominciò a denominarla, fu l'attuale palazzo Ameglio dell'avvocato don Domenico Savino.

Musei

  • Il Museo Archeologico di Taranto

Istituito nel 1887, esso occupa la sede dell'ex convento di San Pasquale di Baylon, edificato poco dopo la metà del XVIII sec. e divenuto di proprietà demaniale in seguito alle requisizioni francesi del governo di G. Murat nel Regno di Napoli.

L'edificio è stato ingrandito e risistemato in varie fasi successive, a partire dal 1903. epoca della ricostruzione della facciata in stile umbertino, su progetto di G. Calderini.

L'ala settentrionale, invece, è stata costruita tra il 1935 ed il 1941, mettendo in atto parte di un progetto di completa ristrutturazione redatto da C. Ceschi.

Luigi Viola, l'archeologo cui si deve la stessa istituzione, proponeva di farne un Museo della Magna Grecia; esso, però, è sempre stato dedicato principalmente alla documentazione archeologica di Taranto e del resto della Puglia e conserva anche materiali di età preistorica e classica, provenienti dal territorio della Basilicata.

L'esposizione attuale risale alla risistemazione effettuata dal soprintendente De Grassi ed inaugurata nel 1963. Al secondo piano è Poseidone d'Ugentoospitata la sezione preistorica che presenta le culture preclassiche dell'intero territorio regionale. Al primo piano è esposta, invece, la sezione dedicata alla società tarantina di età greco-romana. Il piano rialzato, infine, originariamente destinato ad accogliere la sezione topografica, è utilizzato attualmente per esposizioni temporanee. Il chiostro, che raccoglie mosaici ed elementi architettonici provenienti da Taranto, è chiuso al pubblico.

La prima sala della sezione greco-romana, è dedicata alla cultura artistica della città antica. E' caratterizzata, infatti, dalla scultura in marmo, attribuibile prevalentemente ad officine locali. La pietra impiegata, nella maggior parte dei casi, proviene dall'isola greca di Paro, un marmo bianco a grana abbastanza grossa, di consistenza cristallina.

Le statue, rinvenute quasi tutte negli scavi condotti tra la fine del secolo scorso e gli inizi di quest'ultimo, attestano lo sviluppo della plastica figurativa dall'età arcaica all'Ellenismo avanzato.

Pregevoli sono le sculture che, come la grande Kore incompiuta e la testa di Apollo, dovevano far parte di templi o di santuari.

La seconda sala raccoglie sculture in marmo, attribuibili prevalentemente ad età ellenistica ed imperiale romana. Si tratta in genere di opere minori, funerarie o decorative, queste ultime a volte copie di originali famosi: l'esposizione comprende anche due tappeti musivi provenienti da Taranto, pertinenti ad abitazioni di III sec. a.C.. Tra i pezzi più notevoli della collezione è una testa virile raffigurante probabilmente Herakles, che illustra l'influenza esercitata da Lisippo, che operò a Taranto; un sarcofago frammentario neoattico del II sec. a.C., in marmo pentelico, rappresentante una battaglia tra Greci e Troiani presso le navi.

La III sala è l'unica ed esporre materiali della città romana: si tratta di sculture, mosaici ed epigrafi relative a monumenti pubblici e privati. La ritrattistica romana ufficiale è documentata, fra l'altro, da una testa di Augusto velato, mentre gli artigiani locali scolpirono una serie di ritratti, vivaci anche se sommari, che avevamo la funzione di cippi tombali. La ricchezza delle abitazioni della città è documentata da alcuni mosaici pavimentali di ville di età ellenistica e romana, decorati da motivi geometrici o da vivaci scene figurate.

L'esposizione della IV sala comprende reperti in gran parte attribuibili alle tombe più monumentali della città nella sua fase di vita anteriore all'età imperiale. Con questa sala incomincia il settore del Museo dedicato alla presentazione dei materiali restituiti dalla necropoli. La sala espone due sarcofagi arcaici dipinti. Alle pareti, tra l'altro, si può osservare il naiskos, una specie di piccola edicola, che fungeva da tempietto funerario.

Con la V sala comincia l'esposizione della ceramica proveniente dalla necropoli, offrendo un excursus cronologico che va dallo stesso periodo della fondazione della colonia laconica di Taranto, fino alla metà circa del VI sec. a.C.. La documentazione archeologica più rappresentativa e pressoché esclusiva per questo periodo è costituita dalla ceramica protocorinzia e corinzia, termine con il quale si indica una produzione vascolare che ebbe il centro di irradiazione a Corinto; essa fu ampiamente esportata a partire dalla metà dell'VIII sec. a.C. fino alla metà del IV sec., quando fu quasi completamente sostituita dalla ceramica attica in tutto il bacino del Mediterraneo e soprattutto in Italia. La campionatura esposta nel Museo di Taranto costituisce una delle raccolte più ampie e ricche di questa classe vascolare; essa proviene da corredi funerari, cioè da quell'insieme di oggetti che venivano deposti insieme al defunto. La tipologia tombale in questo periodo è molto semplice, infatti è costituita generalmente da fosse scavate nella roccia, contenenti una o al massimo due deposizioni, con copertura formata da due lastroni in pietra carparo. Il corredo veniva deposto solitamente all'interno della fossa presso il defunto; non mancano comunque casi in cui parte di esso veniva collocato all'esterno, presso una delle fiancate o sulla copertura. Il rito utilizzato è quello dell'inumazione.

La VI sala privilegia l'esposizione dei corredi funerari, con importazioni laconiche. Gli esemplari di questo tipo di ceramica, fabbricata a Sparta, sono piuttosto rari e interessanti come documento dei rapporti commerciali tra colonia e madrepatria nel VI sec. Da segnalare è la coppa laconica, decorata con pesci, di vivace gusto naturalistico.

L'argilla è rosata, ben depurata; la superficie è quasi completamente rivestita da una ingabbiatura chiara, che ha maggiore risalto alle figurazioni in nero, con particolari ritocchi in rosso.

La VII e l'VIII sala espongono ceramica importata dall'Attica; a Taranto è rappresentata soprattutto la fase più antica, a figure nere, relativa al VI sec. a.C., mentre scarseggia quella più recente a figure rosse, limitata ai primi decenni del V sec.. Una ceramica di produzione locale, fabbricata ad imitazione dei vasi attici a figure rosse, sostituisce completamente le importazioni a partire dalla fine del V sec. a.C. (ceramica protoitaliota), e ancora, nel corso del IV sec. a.C. (ceramica apula): vi sono rappresentate scene dionisiache o scene di offerte presso il tempietto funerario. Notevoli anche alcuni vasi con personaggi e scene caricaturali tratti dalla farsa fliacica, una particolare forma di commedia popolare tipica dell'Italia meridionale. Le ceramiche ellenistiche del tipo detto di Gnathia sono caratterizzate da una decorazione di carattere vegetale, sovradipinta sulla superficie nero lucida del vaso. Non mancano, infine, esemplari di ceramica di età romana, come i vasi di fabbrica a retina, in rosso corallino, di terracotta invetriata, di vetro, talvolta vivacemente policromo.

L'XI sala contiene numerosi e ricchi corredi funerari, che illustrano la raffinata perizia raggiunta nell'arte orafa dagli artigiani dell'antica Taranto. Sono esposti oggetti molto vari: diademi in lamina doro a foglie di quercia, di rosa o di alloro, orecchini dalle foggie più diverse, anelli con castoni in pietra dura incisa, fibule e collane. Di eccezionale interesse per numero e qualità di esemplari è il corredo rinvenuto in un ipogeo di Canosa, e composta da un magnifico diadema con fiorellini e viticci in oro e smalti, da degli orecchini con pendenti a grappolo d'uva, da un originale scettro in lamina d'oro traforato, terminante da due Nikai alate, da una teca di specchio e da due portagioie d'argento lavorati a sbalzo. Gli esemplari più antichi risalgono al VI sec. a.C. ma quelli raffinati sono databili ai sec. IV - III a.C.. Nella medesima sala sono esposti anche alcuni prodotti in filigrana dell'oreficeria bizantina, risalente ai sec, VI - IX d.C. e le monete, provenienti da "ripostigli", cioè da gruzzoli di monete raccolti in recipienti di bronzo o di terracotta, che si usava nascondere in periodi particolarmente turbolenti. Le più antiche sono eseguite nella tecnica "incusa" e risalgono al sec. VI a.C.

Il Museo di Taranto possiede una delle più ricche collezioni di terracotte figurate, di carattere sacro e profano, tutti prodotti in officine dell'antica Taranto.

Palazzi storici

  • Castello Aragonese

Affacciato sul Mar Grande e sul Canale Navigabile, fu fatto costruire da Ferdinando d'Aragona su progetto, con altri, diCastello Aragonese Francesco di Giorgio Martino, tra il 1481 e il 1492, su precedenti fortificazioni bizantine. Mentre si progettava la costruzione del Castello, allo scopo di rendere più sicura la città, per prudenza l'area destinata alla fortezza, fu isolata dalla terra ferma. Un ampio fossato circondava, in corrispondenza del mare, il castello a cui si accedeva tramite due ponti levatoi.

Dell'antica costruzione conserva quattro torrioni cilindrici uniti da larghe cortine e completati da baluardi. Il quinto torrione, detto Sant'Angelo, fu abbattuto in seguito all'inizio dei lavori per l'erezione del Ponte Girevole.

All'interno è stata restaurata la cappella di S. Leonardo, rifatta nel sec. XVI, nella quale il 25 aprile 1407, si celebrarono le nozze di Ladislao di Durazzo con Maria d'Enghien, principessa di Taranto.

Attualmente nel Castello, sede della Marina Militare, è custodito un piccolo museo che comprende anche i reperti archeologici sottomarini.

Il Castello domina il Canale Navigabile, che venne tagliato attraverso l'istmo nel 1481, e allargato e approfondito nel 1886. E' lungo 380 mt., largo 73 e profondo 12 e costituisce la principale comunicazione tra il Mar Grande e il Mar Piccolo. Sul Canale, il Ponte Girevole, intitolato a San Francesco da Paola, fu costruito nel 1886 in luogo dell'antico ponte Angioino e rifatto nel 1958. Si eleva a 12 mt. sul mare ed è lungo 86 mt. circa, largo 10 mt.; azionato da motori elettrici, si apre nel mezzo per consentire il passaggio delle navi maggiori addossando alle sponde le sue parti.

  • Palazzo Carducci-Artemisio

Ad angolo tra via Seminario e via Duomo.
Di origine cinquecentesca, appartenuto ad una delle più ricche famiglie della città, ha subito varie modifiche. La facciata è ornata da doccioni di gusto barocco e da un balcone con ringhiera in ferro battuto. Da un vasto androne con stemma dipinto, si accede a un cortile su cui si affaccia un elegante ingresso liberty dei primi del Novecento, con pensilina in ferro battuto e vetro. All'interno si conserva un ciclo di tele con figure di Santi, realizzate da Cesaro Francanzano, datate tra il 1640 e il 1646.

  • Palazzo degli Uffici

Eretto nel centro della città nuova, in piazza Archita, domina il vasto slargo di villa Garibaldi, chiudendo scenograficamente la strada in asse con il Ponte Girevole.

Iniziato nel 1789 durante il governo borbonico con funzioni di orfanotrofio, rimase interrotto al piano terra per circa un secolo. Nel 1873 fu innalzato il primo piano; tra il 1893 e il 1896 fu portata a termine una generale ristrutturazione con l'aggiunta del secondo e terzo piano sulla base del progetto dell'Ing. Giovanni Galeono.

La facciata a bugnato, percorsa da quattro file di finestre di diversa dimensione, è interrotta dal leggero rilievo di due avancorpi laterali e di uno centrale. L'equilibrio volumetrico e la compostezza formale dell'architettura sono appesantiti dal preziosismo della decorazione (affidata al doppio ordine di colonne doriche e di lesene negli avancorpi, ai fregi degli stipiti e dei timpani e alle modanature) e dalla presenza del timpano centrale con il grande orologio.

  • Palazzo della Prefettura

Monumentale edificio su disegno di Armando Brasini. Nei locali a pianterreno è sistemata la biblioteca civica Acclavio.

L’edificio si affaccia sulla Rotonda a mare, terrazza semicircolare belvedere, ove converge il bellissimo Lungomare Vittorio Emanuele III, che costeggia il Mar Grande con maestosi edifici moderni e con filari di pini, di palme e di oleandri.

Dal Lungomare, bella vista sul Mar Grande, delimitato dal Capo San Vito, col faro, a sinistra, e dalla Punta Rondinella, a destra; al largo sono le basse isole di San Pietro e San Paolo, dette anche Cheradi, che chiudono all’orizzonte il bacino.

Chiese

Tra le numerose chiese presenti nella città di Taranto, sono da rilevare:

  • Cattedrale di San Cataldo (Duomo)

Ubicata nella Città Vecchia, in Via Duomo. Sorge sui resti di un tempio pagano, si suppone quello della Dea Vittoria, trasformato in tempio cristiano da San Cataldo, pellegrino irlandese venuto a Taranto per ripristinare l'antica fede predicata da San Pietro.

Edificata nel IV sec., a cui risale la cripta, l'originaria chiesa di San Cataldo; al V sec. risale il Battistero. Intorno al 1050 divenne Arcivescovo il normanno Drogone, al cui episcopato è legata l'edificazione della nuova Cattedrale di Taranto. Durante i lavori fu Cattedrale di San Cataldoritrovato il tumulo di San Cataldo. Rimaneggiata a più riprese, a partire dal XVI sec. anche a causa di un incendio, negli ultimi anni è stata riportata in gran parte alle semplici linee originarie, tranne nella facciata, che conserva le eleganti forme barocche apportategli da Mauro Manieri nel 1713. Essa presenta, nella metà inferiore, due nicchie con le statue di San Marco e San Pietro, primi evangelizzatori di Taranto; la facciate superiore è caratterizzata da un finestrone incorniciato da un testone floreale, sormontato dalla statua di San Cataldo; nelle nicchie laterali sono presenti le statue di Sant'Irene e San Rocco, patroni minori della città. Sulla cuspide due angeli che fiancheggiano la croce.

I fianchi presentano una decorazione ad arcatelle cieche su mezze colonnine, nel cui fondo sono ornamenti geometrici; un motivo decorativo, ad arcature su esili colonnine, si ripete nel transetto e nell'alto tamburo della cupola bizantineggiante. Il campanile, che risaliva al 1413, è stato completamente rifatto negli ultimi restauri.

L'interno è preceduto da un vestibolo quattrocentesco da cui, a sinistra si accede al Battistero: il fonte battesimale, consistente in una vasca monolitica bizantina riscalpellata in epoca barocca, è sormontato da un baldacchino formato da parti medioevali ricomposte nel 500, su colonne antiche originariamente sull'altare maggiore. Una lapide a sinistra, ricorda il battesimo del musicista Giovanni Paisiello. La chiesa è a pianta basilicale a tre navate divise da 16 colonne di marmi vari con capitelli bizantini e romanici, che sostengono archi a pieno centro.

All'inizio a destra è presente un'acquasantiera sorretta da quattro erme femminili (una è mancante). La navata mediana è coperta da un ricco soffitto ligneo a cassettoni del XVII sec., dorato nel 1713, con le figure di S. Cataldo e dell'Immacolata, a rilievo; le navate laterali hanno tetto a travature scoperte. Nel pavimento, vari resti di quello originario a mosaico, a grosse tessete. Per due scale dalle navatelle si sale al transetto, su cui si eleva la cupola a 23 mt. sul piano del santuario; sopra laltare maggiore ciborio, su quattro colonne di giallo antico.

Nel coro, rifatto in legno di noce, figurano due antichi dipinti di autori ignoti. A sinistra del coro è la Cappella del SS.Sacramento, originariamente dedicata a S. Agnese. Successivamente abbellita con marmi, tele, altare in marmi scelti con ornamenti in metallo dorato e cancello, che reca le lettere M. P. (Monte di Pietà).

A destra del coro è la sontuosa cappella barocca dedicata a San Cataldo, detta il "Cappellone", iniziata nel 1657 e completata nel 1717. Nel vestibolo vi è l'organo settecentesco con la tribuna in legno dorato. Sulle pareti due notevolissime sculture: S. Giovanni Gualberto e S. Giuseppe. Tutta la superficie del Cappellone è un arabesco di marmi policromi e di intarsi di una suggestione unica. Il valore di ogni riquadro di marmo è incalcolabile. Sul tamburo ellittico sono affrescati in sette riquadri alcuni miracoli di S. Cataldo e il suo approdo a Taranto. La cupola fu affrescata dal napoletano Paolo De Matteis nel 1713. Il cappellone è adorno di 10 statue di santi, in marmo.

In alto, sul fondo dell'ellissi, si apre la nicchia con la statua in argento del Santo Patrono. Il ricchissimo altare, con uno stupendo paliotto a tarsie marmoree, custodisce le reliquie di S. Cataldo, vescovo di Rachau (Irlanda), morto a Taranto nel VII sec.

Sotto il transetto e il presbiterio si estende la cripta, a cui si accede per una scalinata posta davanti all'altare maggiore. Essa è divisa in due navate da colonne tozze e basse con lastre, su cui poggiano grandi arcate con volte a crociera a sesto rialzato. Le pareti conservano resti di affreschi bizantineggiante del XII sec.: S. Cataldo, sovrapposto a un altro, Madonna e altri indecifrabili. Un sarcofago di epoca paleocristiana è collocato nel braccio trasversale. Nel vano della cripta vi sono le tombe di alcuni Arcivescovi di Taranto.

  • Chiesa di S. Domenico Maggiore (o S. Pietro Imperiale)

Ubicata al termine di Via Duomo alla sommità di un pendio che da esso prende il nome.
Sorta verso la fine dell'XI sec., ricostruita nel 1302 ma poi ampiamente rimaneggiata e di recente restaurata. Nel corso dei secoli, i Domenicani costruirono nella chiesa tre confraternite, quella del SS. Rosario, quella del nome di Dio e quella dell'Addolorata, dedicando al esse tre cappelle votive che, nell'ordine possono ancora oggi ammirarsi sul lato sinistro della chiesa.

La chiesa è a pianta basilicale e ricalca a grandi linee lo stile romanico, già pervaso dal senso di verticalità proprio dello stile gotico. Della primitiva costruzione resta solo la facciata, su un'alta duplice scalea barocca, che conserva un grandioso portale ogivale con baldacchino, il caratteristico rosone cinto da un archivolto impostato su due colonnine pensili e, in alto coronamento ad archetti. Nel fianco destro (non visibile), curioso campaniletto a vela con arco ogivale a denti di sega.

L'interno, completamente modificato e rinnovato, è a croce latina a una sola, ampia navata, con cupola su quattro archi leggermente ogivali e abside quadrata con volta a crociera; era adorno di soffitto ligneo dipinto da Carlo Martinelli nel 1717, andato distrutto da un incendio nel 1965. Ai secoli XVII e XVIII risalgono il presbiterio e i vari altari barocchi con decorazioni di tipo leccese.

Sul fianco sinistro si aprono alcune cappelle cinquecentesche riccamente decorate di marmi policromi: la prima cappella è dedicata al Santo Rosario della Vergine Maria, rappresentata in un dipinto opera dell'Olivier; la seconda è dedicata al Sacro Cuore di Gesù; la terza è dedicata al Santo Nome di Dio e contiene un'icona barocca rappresentante la "Circoncisione", di Marco Pino; la quarta cappella contiene la statua lignea della Beata Vergine dell'Addolorata, la cui confraternita, nella notte del Giovedì santo, cura la tradizionale processione dei "perdune", gli incappucciati penitenti che, assieme a quelli della confraternita del Carmine, hanno reso celebre dovunque la Settimana Santa tarantina.

  • Cattedrale dedicata alla Gran Madre di Dio

Sita in V.le Magna Grecia al termine di Via Dante Alighieri. Opera del 1971 di Giò Ponti, dall'originale architettura che recupera, stilizzati, in chiave moderna, i temi dell'architettura gotica. La costruzione è sormontata da una vela alta 42 mt. la cui cima reca una croce luminosa di colore azzurro, visibile ai naviganti, in ossequio anche alle virtù marinare della città.

La Cattedrale è lunga 75 mt. e larga 23 e si articola di due chiese, una superiore, a cui si accede attraverso un'ampia scalinata, ed una inferiore.

I colori dominanti dell'interno della chiesa superiore, ad un'unica navata, sono il verde per simboleggiare la speranza e il bianco per la purezza. Ai lati del presbiterio si ergono due colonne che reggono simboliche ancore. L'altare maggiore è tutto in pietra; la parete posteriore reca dipinti dell'artista: l'angelo dell'Annunciazione e la Madonna.

Nella chiesa sono state realizzate quattro cappelle: del Battistero, della Madonna, dei Marinai caduti in mare e del SS. Sacramento.

 

Centro storico

La città vecchia occupa l'isola tra i due mari e costituisce uno dei più caratteristici esempi di borgo marinaro italiano medioevale; originariamente era una penisola collegata alla città nuova da un istmo. E' percorsa longitudinalmente da quatto vie, Corso V. Emanuele ex strada delle mura, Via Garibaldi ex strada della Marina, Via di Mezzo e Via Duomo ex strada maggiore, a cui si aggiungono circa 140 viuzze angustissime e tortuose, in parte scalinate, essendo il suolo dell'isola inclinato verso la riva del Mar Piccolo. La via più importane è Via Duomo, che attraversa interamente la città e il cui percorso risale ad un'antica strada romana, fiancheggiata da edifici barocchi e portati con figurazioni spagnole.

Tra le vie più rilevanti è da sottolineare la caratteristica Via Cava, la cui denominazione è incerta. In seguito all'esecuzione dei lavori di abbassamento del livello stradale, per creare alcuni passaggi per i veicoli e per i pedoni della zona più alta della città verso la parte più bassa, fu ricavato il pendio San Domenico, e in accentuato declivio la Via Cava. Poiché la via fu realizzata dalla "cavatura" delle rupi circostanti, si può supporre che la denominazione sia stata attribuita al luogo ove fu eseguito lo scavo. Non è da escludersi, un'altra ipotesi, quella cioè che la via abbia tratto origine dai benedettini di Cava che ebbero, in Puglia, vari possedimenti.
La ristrutturazione dell'intera via ha restituito alla città la parte più antica della propria storia.

 

Il paesaggio

Il panorama dell’appendice meridionale delle Murge è carsico. Al carsismo va attribuita la mancanza di corsi d’acqua, poichéFiume Galeso la pioggia penetra in massima parte in profondità nel suolo. Non esistono sistemi vallivi e le altitudini sono modeste, non arrivano ai 700 mt.; le pianure e i colli sono di forme appiattite o ondulate. Le profonde incisioni torrentizie sono chiamate "gravine" e assumono, talvolta, l’aspetto di tortuosi burroni. I ripiani bassi sono ricoperti di terra rossa che spicca tra le tinte chiare o biancastre della roccia. L’altopiano delle Murge è ondulato nella sua estensione a sud-est e interamente coltivato, prevalentemente a vigneti e oliveti, digrada a terrazzi con varie propaggini in una tipica pianura costiera, dove scaturiscono sorgenti sottomarine, i "citrelli" del Mar Piccolo.

 

La costa

Si presenta piuttosto uniforme per le suggestive rientranze e sporgenze dovute all’infaticabile azione erosiva del mare. Il litorale presenta sfondi di campagna e canneti, spiagge di sabbia finissima e scogliere naturali sul mare cristallino, di diverse gradazioni, che scintilla anche ai più fiochi e impercettibili raggi solari.

 

Riti della Settimana Santa

I Riti della Settimana Santa hanno radici profonde nel tempo e nell'animo dei cittadini, ed hanno molte affinità con manifestazioni analoghe di alcune città spagnole.

PerduneNei giorni seguenti la Domenica delle Palme, in ogni chiesa si svolgono particolari funzioni, integrate da manifestazioni artistico-religiose, per ricordare la morte del Signore.

Nel primo pomeriggio del Giovedì Santo una coppia di confratelli, appartenente alla congregazione del Carmine, esce dalla chiesa: è la "prima posta" che inizia il pellegrinaggio e visita, seguendo un minuzioso rituale, il sepolcro allestito in ogni chiesa. Ad intervalli escono dalla chiesa altre coppie e, a piedi nudi, attraversano la città, sostando davanti al Sepolcro di ogni chiesa.

Questi pellegrini detti "perdune" vestono un abito caratteristico per foggia e colori ed hanno il volto coperto da un aderente cappuccio con due forellini per gli occhi. Essi simboleggiano i "fratres poenitentiae", alla ricerca del perdono di Dio.

Dalla chiesa di San Domenico, a mezzanotte, esce la processione dell'Addolorata, molto suggestiva, che raduna una folla di fedeli. A passo lentissimo, al suono della marce funebri e alla luce dei ceri, si snoda in una lunga ed estenuante marcia che si conclude il Venerdì Santo, dopo oltre 12 ore di pellegrinaggio.

Poche ore dopo, dalla chiesa del Carmine, esce la processione dei Misteri. Alle prime immagini di Gesù Cristo Morto e dell'Addolorata, con il passare del tempo se ne aggiungono altre sei che, in una atmosfera che esprime la religiosità dell'animo pugliese, attraversano la città con un corteo per rientrare a notte inoltrata.