MARTINA FRANCA


Stemma      Abitanti: 45.404
Superficie: 125,52 kmq
Densità: 362/kmq
Altitudine: 431 mt s.l.m.
Abitanti: Martinesi

Cenni storici

L’origine di Martina Franca si fa risalire al sec. X, allorquando i Tarantini e i profughi di altri paesi vicini sfuggono alla furia dei Saraceni invasori, che avevano devastato le campagne e smantellato quelle grandi città che prima erano state l’emporio del Vicolo del centro storicotraffico e di ricchezza, cercarono scampo sulle colline, rifugiandosi sul cosiddetto "Monte di San Martino" ove, in cima al colle e in mezzo ai boschi, costruirono capanne e piccole chiese. La zona, ricca di foreste, col tempo diventò campo di delittuose azioni compiute da bande di briganti, tanto che Filippo D’Angiò, Principe di Taranto, nei primi del sec. XIII, per allontanare i banditi e proteggere gli abitanti, fece edificare sui monti tra Taranto e Monopoli, una borgata. A tutti coloro che fossero andati ad abitarla erano concessi diritti e franchigie; da ciò il nome di "Franca" aggiunto al nome del villaggio primitivo. In seguito fu delimitata e cinta con alte mura fortificate da dodici torri quadrate e da altrettante rotonde creando così, un nuovo centro.

Nel sec. XV fu oggetto di contese tra il demanio regio e il Principe di Taranto finchè, dopo alterne vicende, nel 1506 fu costituita in ducato e ceduta ai Caracciolo.

Nel corso delle guerre franco-spagnole della prima metà del cinquecento, la città venne assediata (1529) dall’esercito francese di Francesco I, ma riuscì a resistere e a respingere gli attacchi nemici.

Nella storia della città è rimasta memorabile la ribellione del 1646 contro i duchi Caracciolo, che rimasero i feudatari di Martina Franca per parecchi secoli. I Martinesi erano guidati da un fabbro chiamato "capo di ferro". Nel 1799, alla notizia dell’instaurazione a Napoli della Repubblica Partenopea, fu la prima città del tarantino che si ribellò ai Borboni.

Palazzi storici

  • Palazzo Ducale

Fu voluto da Petracone V Caracciolo ed eretto sul luogo dell'antico castello nel 1668, come si può notare da un'iscrizione sul portale.
In stile barocco, è stato disegnato dal Bernini al quale si attribuisce l'unica opera a sud di Roma. La facciata appare divisa da una balconata decorata da una ringhiera, in ferro battuto, a ferri spanciati, al di sotto della quale s'inserisce un mezzanino, caratterizzato da una fuga di finestrini quadrati.

Palazzo DucaleIl portale, inquadrato da due semicolonne di ordine toscano, con arco a tutto sesto, presenta nella trabeazione elementi decorativi militareschi. Questo enorme edificio ha quasi 300 stanze tutte interamente affrescate da Domenico Carella. Originario di Francavilla, il pittore eseguì gli affreschi dei primi anni del ducato di Francesco III (1771-94), signore dai gusti raffinati, impastati di ambizioni e di trionfi.

Le stanze affrescate sono tre: la stanza dell'Arcadia, del Mito, della Bibbia. Tutte e tre recano il segno dell'amore del Carella per la scenografia, per le prospettive insolite, per la luce diffusa uniformemente in tutta la superficie degli affreschi.

La prima stanza prende il nome dell'Arcadia. Un'Arcadia tutta particolare, popolata di figure galanti, dove è dato di intravedere la grazia regale della duchessa, il gestire amabile del duca, la gioia del vivere della borghesia del tempo, che non aveva timori, non concepiva dubbi, ma solo certezze e delizie, che i sorrisi teneri e maliziosi e un tempo delle dame, delle acconciature bizzarre, esprimono in piena luminosità.

Oltreché nell'insieme, il sentire martinese nel Settecento è ripreso e rivissuto nei particolari i tutta la sua totalità.

E' ripreso negli ardori e nelle rinunce dell'esistere mediante le Quattro stagioni. E' rivissuto nell'ideale educativo femminile di stampo illuministico, attraverso le figurazioni delle Belle arti.

Nella stanza del Mito, dove si susseguono quattro variazioni tematiche di segno diverso: la "Fuga di Enea", una replica di Federico Fiori (Enea e Anchise, Roma, Galleria Borghese), "Deucalione e Pirra", nel contesto di una scena pastorale, "Apollo e Dafne", d'ispirazione berniniana, "Ercole e Daianira", sono trascritti i primi, essenziali interessi del duca Francesco III: lo splendore della casata, il senso della terra, il piacere di vivere, l'avventura galante.

La più significativa è la stanza della Bibbia. L'impianto realistico delle composizioni, nelle figure e negli oggetti, in un tenue, quasi sfumato cromatismo, riflette un'attenzione quasi religiosa dell'ambiente, dove colore e forma sono in reciproca correlazione. Le campiture che attirano di più sono la "Guarigione di Tobia" e l'"Incontro di Tobiolo con Sara". In esse è dato di riconoscere la segreta sostanza dell'essere martinese: un misto di paziente sopportazione delle sventure e di lotta tenace contro l'ambiente, duro e ostile al lavoro dell'uomo.

  • Palazzo Marino Motolese

Nel palazzo si fondono due diverse istanze architettoniche. Il portale è datato al 1567, ma su di esso s’innesta il superiore completamento della seconda metà del sec. XVIII. Nel 1758 si operò una complessa ristrutturazione del palazzo che conservò parte della propria facies originaria, inserita nello sviluppo longitudinale tipico dell’edilizia monumentale barocca martinese.

  • Palazzo Motolese

Il palazzo è datato al 1775. Il portale si colloca in quella fase di manierismo architettonico che esaurisce la ricerca stilistica del barocchetto locale. Sulla sinistra si notano altri volumi architettonici aggregati al corpo principale nei primi anni del nostro secolo.

  • Palazzo del Cavaliere Semeraro

Risale al 1733, pur essendo in stile neo-classico, ha la particolarità di presentare due portali, l’uno inserito nell’altro: il primo è a bugnato; l’altro ha una cornice rinascimentale, caratterizzata da due colonne che sorreggono la loggia superiore.

  • Palazzo Fanelli

Fu costruito da Ambrogio Fanelli. Il portale fa da supporto ad una loggia a ferri slanciati. Palazzo FanelliSull’ampia facciata si aprono sei finestre dalla decorazione differente l’una dall’altra.

Chiese

  • Basilica di San Martino

Eretta nel 1747 sull’area della vecchia chiesa angioina, di cui resta solo la superba torre campanaria, la chiesa barocca su realizzata da un disegno di Giovanni Mariani, un architetto milanese trasferitosi a Martina. Caratteristica peculiare della chiesa è la vertiginosa altezza della facciata. Nella parte centrale della facciata c’è un grande altorilievo raffigurante "San Martino a cavallo che divide il suo mantello con il povero".

Nell’interno, degno di ammirazione, è il settecentesco altare maggiore, in marmi policromi, nel quale capeggia la statua cinquecentesca, in pietra dorata che raffigura San Martino in abito episcopale. Su entrambi i corni dell’altare maggiore troneggiano due statue allegoriche in marmo raffiguranti "La Carità e la Liberalità".

Collegiata San MartinoNella cappella del Santissimo Sacramento, detta il "Cappellone", troviamo una grande tela dipinta dal Carella, che rappresenta "l’Ultima Cena". Sono conservate, inoltre, due preziose statue in argento dei SS. Martino e Comasia.

Eretta nel 1747 sull'area della vecchia chiesa angioina, di cui resta solo la superba torre campanaria, la chiesa barocca su realizzata da un disegno di Giovanni Mariani, un architetto milanese trasferitosi a Martina. Caratteristica peculiare della chiesa è la vertiginosa altezza della facciata. Nella parte centrale della facciata c'è un grande altorilievo raffigurante "San Martino a cavallo che divide il suo mantello con il povero".

Nell'interno, degno di ammirazione è l'Altare maggiore, costruito nel 1773, in marmi policromi, nel quale capeggia la statua cinquecentesca, in pietra dorata che raffigura San Martino in abito episcopale. Su entrambi i corni dell'altare maggiore troneggiano due statue allegoriche in marmo raffiguranti "La Carità e la Speranza".

E' l'esemplare più bello a Martina di scultura raffinata. Da una attenta analisi formale risulta una replica in marmo dell'altare in pietra costruito da Giuseppe Sammartino nella chiesa di Santa Maria delle Grazie a Caponapoli; per cui l'attribuzione all'architetto napoletano, per altro amico del vescovo martinese Francesco Saverio Stabile, è d'obbligo.

E' un'opera vibrante di luce, volumetricamente slanciata, a marmi policromi, in uno spazio misurabilissimo, vivificata dalla chiarezza formale delle statue della Carità e della Speranza, dove la luce lievita la plasticità marmorea, come se fosse carne viva e sensibile.

Insieme con il Battistero, scolpito nel 1773 da Crescenzo Trinchese, su disegno di Giovan Battista Catalano, artisti napoletani, l'Altare riscatta Martina dal vuoto assoluto nell'arte della scultura, rimasta ferma, prima della vigorosa produzione di Salvatore Basile (1910-1967), al ruolo di mestiere.

Nella cappella del Santissimo Sacramento, detta il "Cappellone", troviamo una grande tela dipinta dal Carella, che rappresenta "l'Ultima Cena". Sono conservate, inoltre, due preziose statue in argento dei SS. Martino e Comasia, e altri dipinti anonimi quali l'"Adorazione dei pastori", "San Raffaele", la "Madonna di Costantinopoli" e la "Pentecoste".

  • Chiesa di San Domenico

Fu eretta tra il 1746 e il 1750 e fu progettata dal frate domenicano Antonio Cantalupi. La facciata è movimentata dall’articolato rincorrersi dei motivi decorativi: partendo dal portale sormontato dallo stemma dell’ordine domenicano, si passa al grande finestrone che rappresenta l’adeguamento barocco delle chiese romaniche.

Nell’interno una squisita tela di Domenico Carella raffigurante "la Madonna del Rosario fra i Santi Domenico e Caterina da Siena".

  • Chiesa di Sant’Antonio

La chiesa, originariamente dedicata a Santo Stefano, fu costruita dai Frati Osservanti giunti a Martina nel 1497. La facciata della chiesa fu rifatta in stile neo-classico nel 1835. Dell’antica struttura rimane intatta solo la navata di destra; quella di sinistra fu infatti ampliata nel corso del sec. XVIII. Sull’altare maggiore una grande tela con la Madonna delle Grazie, dovuta al grande pittore martinese Leonardo Olivieri.

  • Chiesa del Carmine

Fu eretta tra il 1727 e il 1758 in stile barocco. All’interno si può ammirare una splendida cupola dalla decorazione a stucchi, costituiti da ottagoni decrescenti, che creano un’illusione ottica formidabile. Sull’altare maggiore è conservata una grande tela del De Mauro; sul primo altare, entrando a destra, la Madonna della Lipera di Giovanni Caramia. Su un altro altare troviamo un superbo crocifisso di Vespasiano Genoini.

La razza cavallina murgese
di Giuseppe Maria Fraddosio

Nella Murgia sudorientale o Murgia dei trulli - tra le province di Bari, Brindisi e Taranto - è razionalmente selezionata, dal 1927, una razza di cavalli mesomorfi di manto morello zaino o grigio ferro testa di moro, di notevole rusticità e di straordinaria prestanza fisica. Essa, che ha il nome di murgese, trae origine dalla numerosa, eterogenea popolazione ippica ivi presente in secoli ormai lontani, sulla quale influirono, tra il Millequattrocento ed il Milleottocento, pregiati riproduttori, per lo più di ascendenze spagnole, napolitane, berbere ed arabe.

Cavallo MurgeseQuei magnifici esemplari appartenevano alle razze private, o razze di famiglia, di proprietà di alcune nobili casate, come quelle dei conti di Conversano e dei duchi di Martina.

La razza dei conti di Conversano, fissata presumibilmente nel XVI secolo, fu una delle varietà della famosa razza cavallina napolitana.

Lo stallone morello Conversano, nato in Puglia nel 1767, divenne uno dei sei capostipiti maschili dei cavalli lipizzani.

I Barone di Napoli, che regnarono sull'Italia meridionale e sulla Sicilia dal 1734 al 1860, possedettero cinque razze reali, a Carditello in Terra di lavoro (oggi, in provincia di Caserta), a Venafro nel Contado del Molise (oggi, in provincia di Isernia), a Persano nel Principato citra (oggi, in provincia di Salerno), a Ficuzza in Sicilia, dove furono fatte affluire alcune giumente di Persano, a Tressanti in Capitonata (attualmente, in provincia di Foggia).

Per ben quattro secoli - dal XV al XVIII- superbi cavalli padri (stalloni) docili cavalle di corpo (fattrici) e vivaci carusi (puledri) napolitani erano stati esportati in altri paesi europei affinché concorressero alla formazione od al miglioramento di prestigiose razze da sella e da tiro leggero, quali la danese Frederiksborg, l'olandese Gerlderland, le germaniche Hannover, Holstein, Oldbengurg, Trakehner, e Wurttemberg, e le austroungariche Lipizzana e Kladruber.

Nel 1860, con l'unificazione di gran parte dell'Italia sotto la dinastia dei Savoia, fu dato avvio ad una sistematica dispersione del ricchissimo patrimonio ippico del Sud della penisola, La Reale razza di Persano, per esempio, fu dapprima depauperata mediante il trasferimento di numerose fattrici ad altri allevamenti (in particolare, a quello sabaudo di San Rossore, presso Pisa); quindi, fu dichiarata soppressa con decreto ministeriale nel 1874.

Soltanto alcuni lustri dopo l'istituzione del Regio deposito cavalli stalloni di Santa Maria Capua Vetere (avvenuta nel 1862), l'ippicoltura meridionale poté lentamente recuperare notorietà e considerazione in ambito nazionale.

Nelle Murge, tra la seconda metà del Milleottocento ed il primo quarto del Millenovecento, gli allevatori cercarono di elevare il grado di omogeneità norfologico-funzionale della produzione cavallina il grado di omogeneità morfologico-funzionale della produzione cavallina locale rafforzandone le capacità di adattamento alle difficili condizioni ambientali. La loro tenacia in tale proposito rese possibile, dopo il 1925, un lavoro di selezione sempre più accurato, sotto la guida degli esperti dirigenti del Regio deposito cavalli stalloni in Foggia, poi trasformato in Istituto incremento ippico.

Furono allora acquistati i principali capostipiti degli odierni murgesi, vale a dire Nerone e Rondello II nel 1927, Martino e Moro nel 1930, Palazzo nel 1932, Granduca da Martina nel 1933, Barone delle Murge nel 1934 ed Araldo delle Murge nel 1935. Con essi, furono adibiti alla monta pubblica nella zona di produzione tipica alcuni stalloni non murgesi, allo scopo di correggere in breve tempo certi difetti nella statura e negli appiombi posteriori, rilevati in molte fattrici indigene, dovuti nella maggior parte dei casi a carenze nell'ambientazione ed a precoce sfruttamento nel lavoro e nella riproduzione. Tali soggetti appartenevano alla Razza governativa di Persano (ricostruita nel 1900, su base di sangue anglo-orientale) ed alle razze Trakehner ed anglonormanna.

L'attività di selezione del cavallo murgese subì una stasi per tutta la durata del secondo conflitto mondiale e fino al 1946, allorquando furono indette, a Martina franca, la prima rassegna cavallina e la prima rassegna asinina.

Nel 1948, fu fondata l'associazione di razza, inizialmente composta da ventidue soci.Cavalli Murgese al pascolo

Negli anni immediatamente successivi, furono utilizzati come miglioratori, accanto ai già numerosi stalloni murgesi erariali, il maremmano laziale Damerino ed il ipizzano di linea italiana Neapolitano Steaka; inoltre, fu immesso in razza Tarquinio il Superbo, stallone pugliese del Tavoliere di origine salernitana.

L'allevamento del murgese, vanto della zootecnia di Puglia, prosegue tuttora lungo i fili genealogici maschili di Nerone, Granduca da Martina ed Araldo delle Murge, o non nativi del nostro Paese - comunque, quasi tutti provenienti da ceppi in varia misura influenzati dal sangue napolitano - nulla ha tolto dalla piena italianità del cavallo murgese, assai significativa così sotto il profilo storico come sotto quello ippologico.

L'impiego, in passato, di taluni riproduttori non originari delle Murge, o non nativi del nostro Paese - comunque, quasi tutti provenienti da ceppi in varia misura influenzati dal sangue napolitano - nulla ha tolto alla piena italianità del cavallo murgese, assai significativa così sotto il profilo storico come sotto quello ippologico.

La razza asinina di Martina Franca
di Giuseppe Maria Fraddosio

Nella Murgia dei trulli è praticato da secoli l'allevamento di una razza asinina di grande pregio; quella di Martina franca. Essa discende da soggetti autoctoni e da asini catalani importati in Puglia durante la dominazione spagnola; è caratterizzata da alta statura, da eccezionale robustezza e da buona nevrilità; ha mantello baio scuro - detto, nelle Murge, morello - con muso, addome ed interno delle cosce grigi.

Il maestro di mariscalcaria napoletano Giovan Battista Trutta, in una delle edizioni (1770) del suo trattato sui cavalli, fornì la seguente indicazione per ottenere ibridi di elevata qualità dagli incroci tra asini e cavalle:

Asino di Martina"E chi desidera avere buoni muli è di bisogno avere buoni somarri per stalloni, che siano d'età d'anni quattro fino agli anni quindici, mantenendosi con buona salute: e che siano detti somarri stalloni grandi, e ben forniti, e composti di membra, di pelo morello, o baio oscuro, sani, e senza nessun difetto; le giomente siano della medesima perfezione, e fattezza (…) che avrai muli buoni ad uso di Spana, Fiorenza, Lecce, Sicilia."

Il nobile elvetico Carlo Ulisse de Salis Marschilins inserì negli appunti sulla sua breve visita, nel 1789, alla masseria di San Basilio, di proprietà dei duchi di Martina, il seguente brano:

"Esaminammo dapprima le giumente di razza inferiore, ovverosia lo scarto delle razze, tenute esclusivamente per la produzione dei muli, e tre asini d'imponente grandezza e di manto eccezionale, che il Duca tiene espressamente, e che gli costano 300 ducati l'uno. Questi asini vengono custoditi continuamente in istalla, eccetto che nella stagione della monta."

Dopo essere stati descritti, alla fine del Milleottocento, come pugliesi da tecnici quali il Fogliata, il Faelli ed il Chiari, gli asini della Murgia sudorientale furono, nel 1904, formalmente definiti razza asinina di Martina Franca da Francesco Tucci, direttore del Regio istituto zootecnico di Palermo, che fece introdurre in Sicilia stalloni di tale razza per il miglioramento della ragusana e della pantesca (o di Pantelleria).

Gli incoraggianti esiti di quell'iniziativa ed il crescente interesse degli ambienti zootecnici italiani per la produzione asinina martinese indussero, nel 1926, il Ministero dell'economia nazionale ad impiantare - al termine dei lavori di una commissione composta da Giuseppe Butticè, Nello Fotticchia, Luca Pastore, Antonio Rizzo ed Aristide Valletta - il libro genealogico della razza, chiuso ufficialmente il 1° gennaio 1929, che ebbe come capostipiti gli stalloni Marco da Martina (nato nel 1924, da Galeone), Bello (nato nel 1928, da Tommaso) e Colosseo (nato nel 1928, da Peppino).

Gli asini di Martina franca furono, da allora, esportati in sempre più numerosi paesi stranieri - soprattutto in Francia, Germania, Polonia, Slovacchia, Ungheria, Grecia e persino in Brasile, argentina, Sud Africa ed India - sia per l'incremento delle razze locali, sia per la produzione di muli più qualitativi. In particolare, i Francesi del Sud-Est li preferirono addirittura agli asini del Poitou perché presentavano - secondo quanto è stato riportato dal Butticè - il vantaggio di un'ampiezza di petto, libertà di movimenti delle spalle e degli arti, correttezza completa degli appiombi, secchezza degli stinchi.

Al termine della seconda guerra mondiale, una notevole contrazione numerica della razza, dovuta all'inarrestabile meccanizzazione nei vari settori produttivi, mise in evidenza preoccupanti problemi di consanguineità, a tale punto da rendere necessaria l'immissione di soggetti ragusani, in considerazione della forte percentuale di sangue Martina Franca in essi presente.

I risultati di quegli incroci furono, purtroppo, inferiori alle attese. I prodotti peccavano, infatti di statura insufficiente e di mantoAsini martinesi sbiadito.

Intorno alla metà degli anni Cinquanta, parte degli allevatori auspicava l'acquisto di asini catalani ritenendoli, dopo quelli ragusani, i più vicini geneticamente alla razza Martina Franca.

Il Ministero dell'agricoltura e delle foreste, al fine di reperire ottimi riproduttori catalani, nominò nel 1958 una commissione, che purtroppo non riuscì ad individuare in Spagna soggetti davvero idonei al miglioramento della razza Martina Franca.

Nel 1970, resosi improcrastinabile il ricorso a soggetti miglioratori, furono acquistati ed immessi in produzione due stalloni catalani: Nino e Nitroso.

Un ulteriore calo quantitativo della razza fu determinato, a partire dai primi anni Ottanta, dalla progressiva dimissione, da parte delle brigate alpine, delle batterie someggiate, per le quali i possenti muli martinesi erano impiegati come portacarichi.

Allo scopo di evitare l'estinzione dell'inestimabile patrimonio genetico rappresentato dai residui esemplari asinini di Martina Franca, la Regione Puglia, efficacemente coadiuvata dall'Associazione regionale allevatori dell'asino di Martina Franca e del cavallo delle Murge, creò nel 1985 - nell'Azienda regionale Russoli, presso Crispiano - una vera e propria oasi ecologica per la conservazione di tale ricchezza.

La Lama

Vigneto Bianco Martina

Grotte di Nove Casedde